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ADUA E’ LIBERATA

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La sera del 6 ottobre 1935, domenica delle Feste Patronali, la prima del mese di ottobre di quel 1935 dedicata alla Madonna del rosario, Patrona di Ginosa, i ginosini si stavano godendo tranquillamente la loro festa. Sul palco, cioè sulla Cassa Armonica la banda di Chieti suonava bellamente non so quale brano di non so quale opera. I suonatori erano tutti in piedi come allora si usava, come in piedi erano gli spettatori, mancando qualsiasi tipo di sedia o sedile, su quella Villa, sempre la stessa, che si presentava assolutamente priva di comodità. Ovviamente non potevano mancare i grandi appassionati di lirica, alla mèste Chélìne, che non perdevano una nota, fischiettando e canticchiando tutte le arie senza far caso alle occhiatacce di chi mal li sopportava.
            Quella sera la Villa era affollatissima, un po’ più degli altri anni, era venuta gente da tutte le parti, dalle campagne e anche dai paesi vicini con i quali, durante le feste c’era sempre uno scambio di visite tra compari, c’era insomma un certo fermento dovuto anche al richiamo esercitato dalla banda di Chieti che era rinomatissima e perciò molto attesa e molto seguita, e che quella sera si esibiva indossando una bella divisa di tipo coloniale, una sahariana color sabbia che dava un’impronta di marzialità, in tono con lo stile militaresco in auge all’epoca. Presidente del Comitato dei festeggiamenti era il Maresciallo Antonio Giovannettone, che ai piedi della scaletta seguiva la musica in attesa di salire a complimentarsi col maestro, al termine dell’esecuzione.
            Nel bel mezzo di un brano di lirica, dunque, si osservò un brusio accompagnato da una certa agitazione che si veniva creando nello spazio tra il corso Vittorio Emanuele e la Cassa Armonica, che attirò l’attenzione di tutti quanti i presenti: era il segretario politico del Partito Nazionale Fascista, ing. Luigi Sarno, che a lunghi passi fendeva la folla avvicinandosi alla Cassa Armonica, seguito dai camerati Palombelli e Cacciapaglia. Quando fu ai piedi della scaletta, con un balzo saltò su e con un gesto deciso fermò la musica, e ordinò al maestro di suonare la Marcia Reale, inno ufficiale della Monarchia sabauda, nonché inno nazionale.
            Si capì subito che il momento era solenne e stava per succedere qualcosa di veramente importante. Durante tutta l’esecuzione della marcia, come era d’obbligo, i presenti si misero in posizione di attenti, e col cappello in mano, nel massimo silenzio attesero che la marcia terminasse, chiedendosi tra sé e sé quale mai potesse essere il motivo di quella interruzione. Il segretario politico, che era in abiti borghesi, terminata l’esecuzione della Marcia Reale, imitando Lui, mise le mani ai fianchi e nel silenzio più assoluto fissò i suoi concittadini con uno sguardo gagliardo e avvolgente, da destra a sinistra. L’espressione però non era grave, era gagliarda e fiera, e ciò in un certo qual modo già rassicurava gli astanti, i quali impazienti e attentissimi gli pendevano letteralmente dalle labbra:
            Camerati! Concittadini! or è dieci minuti che ricevetti un’esaltante notizia, degna degli alti destini dell’Italia fascista!
            Ancora una volta grazie al profondo amore per le virtù sane e virili, l’Italia proletaria è chiamata ad essere protagonista consapevole e ardente della Storia guerriera!
            Dopo trentanove anni durante i quali l’Italia che aveva ristabilita la sua necessità oceanica uscendo dalla clausura del Mediterraneo con l’impresa di Libia, ritorna vittoriosa sulla scena politica e militare dell’Africa Orientale!
            Dalle dieci e trenta di questa mattina il tricolore sventola sulle rovine del Ghebbì, il palazzo imperiale di ras Sejum! 
            Ci fu un mormorio diffuso e soddisfatto, ma ancora poco convinto: chi si ricordava più del Ghebbì? Sarno si impettì ancora un po’, le mani sui fianchi, ruotò il busto da sinistra a destra, e con tono tribunizio gridò:
            ADUA E’ RICONQUISTATA! ADUA E’ DI NUOVO ITALIANA, E’ RITORNATA A NOI!
            Un’ondata di entusiasmo osannante si scatenò tra la folla, un entusiasmo sincero per tutto quello che la conquista di quella città evocava, le sofferenze patite, le delusioni, e finalmente il riscatto dopo trentanove anni dall’umiliazione del 1° marzo del ’96, quando agli italiani era rimasto l’amaro in bocca per la perdita della amata città etiope di Adua, ad opera dell’esercito Scioano che aveva sconfitto le forze italiane schierate a difesa di quella città, in una operazione voluta e sbagliata dal gen, Barattieri.
            Mentre Palombelli e Cacciapaglia lanciavano una serie di Eia Eia, Alalà, tutta la piazza strepitò di gioia, si sentirono le urla di uomini e donne che inneggiavano al Re, all’Italia, al Duce, VIVA ADUA! SAVOIA! ciascuno si complimentava con il suo vicino con il cuore gonfio di entusiasmo e di fierezza per le grandi sorti della Patria, di cui tutti si sentivano partecipi e coinvolti, producendosi in un applauso interminabile.
            Nel frattempo, a coronamento dell’evento, la banda aveva preso a suonare un motivo che a titolo beneaugurante circolava già da qualche tempo in attesa di quella precisa notizia: Adua è liberata, è ritornata a noi…, un motivetto nello stile dell’epoca, molto orecchiabile e ben cadenzato come tutte le canzoni fasciste, e che tutti conoscevano bene.
            Ma, qualcosa, secondo il segretario politico non era andata come doveva, ritenne perciò di avere il dovere di intervenire, provocando un piccolo, ma non insignificante incidente che per un momento offuscò la doppia festa dei ginosini, spegnendo qualche sorriso. 
            La gioia e il clamore destati dall’annuncio, dunque, erano ancora pienamente in essere, quando Sarno, sceso dalla scaletta della Cassa Armonica si avvicinò ad un uomo del popolo, un contadino di una certa età che, tra le prime file aveva seguito l’evento dell’annuncio anche con buona partecipazione, e con uno scappellotto, ma c’è chi afferma che si trattasse di un vero e proprio ceffone, assestato nella parte alta della sfumatura all’umberta, gli fece saltare il cappello che per dimenticanza il meschino aveva mantenuto in testa!
            E ricordatevi, scandì il segretario politico, che quando suona la Marcia Reale il cappello ve lo dovete levare!
            Il pover’uomo rimase in silenzio, un po’ stranito, gli occhi bassi; con un movimento lento e pieno di dignità raccolse il cappello e, datagli una spolveratina lo rimise in testa e si allontanò perdendosi nella folla.
 
La Goccia n.14 del 21.07.2001