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BANDIERA ROSSA

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 Ogni tanto lo vedo Minguccio, all’angolo di Miani stancamente aggrappato alla ringhiera sul marciapiedi. La barba di sette giorni, la schiena sempre più curva, sotto la giacca una taglia più grande i soliti pantaloni di tela spazzino alla saltafossi sulle scarpe grosse, la papuscia sporgente sotto la bocca con sorriso a due denti, ma non è più lo stesso, dentro non ha più fuoco ideologico, sembra spento.

Minguccio era comunista da sempre. Ancora ragazzo nell’immediato dopoguerra cominciò a frequentare la sezione del partito dove fu subito apprezzato per la sua semplicità e per la disponibilità assoluta che offriva. Fisicamente non era proprio un adone, già da allora la testa leggermente incassata, la schiena ricurva per il lavoro di zappa il passo pesante proprio dei zappatori le mani grosse i capelli sempre arruffati. Ogni volta che c’era da fare qualche lavoro però era sempre il primo; se si doveva spostare un mobile, se si doveva traslocare, se c’era da attaccare manifesti, Minguccio era sempre pronto, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E sì che erano tempi duri e anche pericolosi, i ginosini di allora avevano sangue molto caldo nelle vene, facilmente si scaldavano al fuoco ideologico delle bandiere politiche, il tricolore con la fiamma o bianche gigliate o rosse che fossero, poteva capitare che una discussione accesa tra avversari politici finisse a cazzotti. Erano i tempi in cui si andava di notte a coprire i manifesti degli avversari con quelli del proprio partito e qualche volta si veniva beccati, per cui uno scambio di manrovesci diventava proprio inevitabile. Negli anni subito dopo la guerra quando il Fronte Popolare teneva il Paese sottosopra con continui scioperi, lui era lì, non si tirava indietro, e anche dopo, quando il Fronte Popolare si presentò alle elezioni del 1948 con la testa di Garibaldi per simbolo, che le anime semplici scambiavano per San Giuseppe, Minguccio fece la sua parte con il volantinaggio porta a porta, attaccando manifesti o, più esattamente, portando il secchio della colla per i manifesti.
Non vi dico poi quando c’era un comizio, letteralmente scompariva sotto le bandiere rosse che, a mazzi, portava dalla sezione al palco e viceversa, ne portava tante che sembrava camminassero da sole. In attesa del comizio rimaneva a guardia del palco e degli amplificatori che senza interruzione emettevano le note di Bandiera rossa la trionferà, alternate a quelle dell’Internazionale. Il posto in prima fila poi non glielo toglieva nessuno, e da lì si scorticava le mani applaudendo gli oratori comunisti.
Indimenticabile poi quando negli anni successivi, con al collo il fazzoletto rosso, l’immancabile coppola calata in testa, la barba regolamentare di quattro giorni, le scarpe grosse, la camicia bisunta e di colore incerto, Minguccio sfilava con i cortei del Primo Maggio subito dopo, a non più di un passo dalle autorità politiche e sindacali, con le braccia tese a reggere la Bandiera Rossa con la falce e martello che tanto gli piaceva, gridando “pane e lavoro”! Davanti a lui Scalise Costantino e Bitetti, a fianco a lui Maria, la pasionaria di Ginosa. Quello sfilare con la bandiera rossa in mano era il suo momento di massima gloria e mai, per nessun motivo al mondo avrebbe rinunciato a quello che era il gesto più pregnante e significativo della sua militanza politica. Quando in altri tempi andavi sul Comune e guardavi il dipinto di Pellizza da Volpedo Il quarto stato, avevi proprio l’impressione di riconoscerlo, lì in seconda fila, con la giacchetta buttata sulla spalla destra, in marcia verso il progresso.
Minguccio fumava. Era un fumatore accanito, accanito quasi quanto era comunista. Le dita annerite dalla nicotina di sigarette senza filtro che tirava su fino all’estremo sulla punta delle unghie nere e scugnate nel lavoro dei campi, ogni sera passando davanti al tabacchino di Pisciotta si fermava a comprare due Nazionale e una Esportazione, che facevano esattamente venti lire. In quel tabacchino si riuniva un gruppo di amici, tra gli altri Nicola Vito e Franchino, tutti tipi sfottenti alla pari del proprietario. Quando erano riuniti nessuno poteva passare liscio davanti alla porta senza un commento, un lazzo, uno sfottò. Una sera come sempre Minguccio entrò nel tabacchino e chiese sei Nazionale e tre Esportazione.
Oh, oh, disse Pino, è festa stasera, si ffatte sólde. Non sò ffatte tò, rispose duro Minguccio, cominciando a tirare fuori i soldi. Cinque lire da una tasca, dieci da un’altra, qualcosa nella contrapalda fino ad arrivare a cinquanta. Ne mancavano dieci. Minguccio continuò a scercolare con impazienza in tutte le tasche, guarda qua, guarda là, nei pantaloni, nella giacca. Veniva fuori di tutto, uno spago, la tessera del Partito, il temperino, le fave arrostite, i fiammiferi di casa, un fazzoletto mai lavato. Tutto tranne le dieci lire mancanti. Sudato e un po’ innervosito aveva ormai rinunciato e se ne stava andando. Pisciotta lo bloccò e gli fece una proposta: le dieci lire mancanti gliele faceva risparmiare, gliele regalava, in cambio però doveva dire lì davanti a tutti: “Non so chiù comunìste.
Era troppo. Per Minguccio quella frase era più di una bestemmia, era un tradimento, un’abiura. Ma la tentazione, la possibilità di risparmiare dieci lire faceva gola e soprattutto il bisogno in quel momento di fumare doveva essere troppo forte. Tentennava, non sapeva che pesci prendere. “Dàlle Mengù, cè nge vóle”?, insistevano gli amici. Alla fine cedette e a denti stretti biascicò: “non so chiù comunìste”. “Non so sentùte, jalze la vosce, ca te sìme a sénte buòne”. Con la testa girata verso la porta, gli occhi bassi e spenti, Minguccio ripetè ad alta voce, quasi arrabbiato con sé stesso: “non so chiù comunìste”, seguito da una risata generale di tutti i presenti. “Mo sì. Nà le zecarétte”. Minguccio prese le sigarette e senza salutare si voltò e sparì velocemente in mezzo alla strada seguito dai lazzi e dalle risate di tutta la compagnia.
Trascorsa una mezz’oretta, durante la quale il gruppo era ormai passato a parlare e a ridere di altro, la vetrina si aprì di scatto e Minguccio fece irruzione nel tabacchino. Aveva un ghigno a tre denti che gli faceva sporgere ancora di più la papuscia, e gli occhi accesi. Guardò Pisciotta negli occhi, come sfidandolo e senza dar tempo di porre domande alzò la mano destra e fece partire il lancio di una monetina da dieci lire verso il banco gridando: “E so sémbe comunìste”!
 
La Goccia 20.04.2002