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Don Basilio

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 Don Basilio


Mi ricapita tra le mani il libro di Damiano Mongelli “Piazza Orologio”, una raccolta di aneddoti e storie paesane che, per quanto ingenuo nella sua struttura rimane una pietra miliare sul piano della tradizione orale fermata sulla carta, quando non c’era il profluvio parolaio di oggi favorito dal pc e da Facebook. Damiano si era sempre chiesto: Basilio Calace, chi era costui? e perché si era meritata l’intestazione di una via, una traversa del corso Vittorio E. dalle parti di Piazza Orologio, cosa aveva mai fatto di speciale, quando leggendo un libro sulla storia di Matera trovato per caso gli saltò agli occhi “don Basilio Calace di Ginosa”, citato in quel libro. Ah! Eccolo, pensò. Il libro in quelle pagine parlava degli eventi del ’48, quando i moti rivoluzionari misero sottosopra tutta l’Europa, compresa l’Italia, compreso il Regno delle Due Sicilie, compreso Matera e compresa Ginosa, facendo, appunto, quello che si dice un quarantotto.
Dunque, don Basilio Calace era un sacerdote, rettore del seminario di Matera, un incarico di prestigio ma anche di grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni di presbiteri che dovevano formarsi al servizio sacerdotale, alla cura delle anime e all’insegnamento dei comandamenti. La città era in subbuglio sull’onda dei moti rivoluzionari in corso dappertutto. C’era chi avrebbe voluto abbattere il sistema e chi lo difendeva, per le strade si inneggiava alla rivoluzione, ma anche al Re, a Pio IX e alla Costituzione che, pur se promulgata già a febbraio non bastava a calmare gli animi. Anche nel seminario si era creato un gruppo di seminaristi facinorosi che riuscirono a portare dalla loro parte tutti gli studenti, arrivando a pianificare per il giorno 7 di aprile una loro azione, armandosi segretamente di “bastoni animati, pistole, baionette, stili” e al grido di “abbasso il Ministero” colpire i maestri, i prefetti, cioè i loro insegnanti, fare una carneficina.
Don Basilio nella sua vita non era stato indifferente a quei richiami rivoluzionari. Nel 1828, giovane sacerdote a Ginosa, insieme a molti bei nomi della gioventù colta ginosina, fu accusato di far parte di una Vendita carbonara (fondata nel 1815 da don Ferdinando Ferretti, amministratore del feudo, che ne era il Gran Maestro) dal capo del Servizio Urbano, la Polizia Urbana del tempo di nome Zigari. Zigari osservava come a casa dei fratelli Luigi, Dionisio e Diego Strada ci fosse un viavai sospetto di persone in orari poco ortodossi, elencandoli tutti in modo analitico, tra questi c’era anche don Basilio Calace, sacerdote. Secondo l’accusatore, le riunioni si tenevano nella tarda serata dei giorni di arrivo della posta, in genere lettere e plichi che dovevano essere l’oggetto delle riunioni. Il sindaco Luigi Miani, da parte sua inviò una controrelazione al cancelliere Mutidiero che smentiva tutto. Ma Zigari rimaneva convinto della sua denuncia, aggiungendo di non fidarsi nemmeno del sindaco Miani: “il quale è massone e tutti i suoi parenti e nipoti sono effervescenti carbonari e in tutte le epoche ha fatto sempre il machiavellista”.
Non deve sorprendere che don Basilio Calace, un sacerdote, facesse politica anche rivoluzionaria, all’epoca i preti erano molto presenti nella società civile. Ma anche nel ’48 un’altra denuncia simile a quella del ’28 lo coinvolgeva assieme ad un gruppo di giovani e non, di buona famiglia, colti, informati, più i meno gli stessi nomi del ’28 ormai cresciuti, accusati di essere Ribbelli.
Don Basilio, quando segretamente gli riferirono del progetto sanguinario dei suoi seminaristi probabilmente avrà avuto una crisi di coscienza e per diversi giorni avrà dovuto meditare sulla decisione da prendere. Certamente i suoi trascorsi politici e le sue idee rivoluzionarie coltivate per tanti anni e per tanti anni discusse in interminabili riunioni con i suoi compagni di congiura lo mettevano davanti a una scelta drammatica: cosa fare? Una cosa però era la rivoluzione a parole, in riunioni segrete tra amici, e un’altra cosa era menare le mani e le armi, far scorrere sangue, magari innocente. Dopo lunga preghiera e meditazione, lo immaginiamo inginocchiato nella cappella del seminario a chiedere di essere illuminato, prese la sua decisione: le sue idee di rinnovamento, di libertà per una nuova stagione di diritti politici dovevano cedere il passo all’educatore, l’interesse di una idea politica, per quanto nobile ma pur sempre di parte, non poteva prevalere sull’interesse generale del popolo di Dio che aveva bisogno di pastori di anime e non di capipopolo.
Il 7 di aprile del 1848, il giorno stabilito per la rivolta degli studenti, di prima mattina, il rettore don Basilio fece distribuire una circolare con la quale, spiega il cronista “…annunziava che attese le gravi circostanze dei tempi, si anticipavano le vacanze…..tutti abbandonarono repentinamente il seminario, e così i congiurati rimasti soli non giunsero a compiere l’opera e consumare il delitto”. I facinorosi congiurati, dice poi il cronista, alla riapertura del seminario non furono riammessi.
Chi era costui? si era chiesto Damiano Mongelli leggendo “via Basilio Calace”, ecco, ora lo sappiamo.

 

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