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GETTA IL TUO PANE SULLE ACQUE - un libro di Giosi Lippolis

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               “(…) Le piaceva il paesino pugliese dove era ospite dei suoceri, una topografia di salite, discese e burroni che sfociavano nell’intimità di piazzette e stradine abitate più all’aperto che in casa, (…)”

Leggendo hai l’impressione di starci dentro a quelle piazzette e stradine, puoi sentire gli zoccoli dei cavalli sulle chiancare, l’odore dei loro escrementi appiccicati a terra, le grida dei bambini che si appendono ai traini e l’abbaiare dei cani da traìno, i rumori e le voci del vicinato che vive senza segreti sugli scaloni in pietra delle case bianche.

 Quando la lettura di un libro ti apre ai panorami, agli odori, alle voci di personaggi e ambienti a te familiari, nei quali nel bene e nel male ti riconosci; o quando l’argomento è talmente condiviso da avere l’impressione di esserci dentro, allora la lettura si accompagna alla gioia che piano piano libera un fremito che ti pervade.   Un piacere reiterato in maniera ancora più sottile e penetrante quando leggi il libro per la seconda e per la terza volta, individuando aspetti che la prima ingorda lettura ti aveva fatto trascurare.

E’ quello che vi potrà capitare, leggendo il bellissimo libro di Giosi Lippolis Getta il tuo pane sulle acque (Ecclesiaste).

Sono molto grato a Nicola N. Matarrese, un ginosino errante molto legato alle sue origini, per avermi dato in lettura Getta il tuo pane sulle acque, un libro che è storia, ricordo, passione e compassione; è carità, è poesia.

 

 Maria e Donato, i genitori della Lippolis, provengono dagli ambienti della emigrazione italiana nel periodo a cavallo tra fine ottocento e primi novecento, in America. Ambienti, assistiti eminentemente dalle chiese protestanti, fatti di povera gente in cerca di fortuna, in fuga dalla miseria materiale e morale dei paesi di origine.

Il ritorno a Ginosa di Donato, diventato protestante e Pastore, con la moglie italo-americana e due figli piccoli, altri due ne nascono poi a Ginosa, sconvolge il quieto vivere del paese, che trova argomenti a non finire per le sue critiche.

Maria ha un’altra mentalità, non ha tabù, non ha timori reverenziali e non si adegua alle abitudini nostrane. Non capisce cosa ci sia di male nell’indossare pantaloni o nel   vestire abiti dai colori vivaci e senza soppalchi sotto la gonna che nascondano le forme.

Dalla Costituzione americana: “ Noi crediamo sacro e innegabile che tutti gli uomini sono creati uguali e indipendenti, che da questa uguale creazione ne derivino i relativi diritti inalienabili, fra i quali la vita, la libertà e il perseguimento della felicità.”  Maria, abituata alla libertà e alla parità dei diritti, è una donna emancipata, con le idee molto chiare sulla sessualità femminile, anticipando di cinquant’anni il femminismo di casa nostra. La sua iniziativa di dare alle vicine di casa, come tutte le altre completamente sottomesse all’uomo, lezioni di sessualità arriva a provocare l’attenzione del Maresciallo dei carabinieri preoccupato dalle voci di immoralità che circolano sulla famiglia Lippolis.

Ancora oggi, interrogati su quei fatti, i ginosini più vecchi ammiccano con aria di complicità allusiva, sottintendendo che sì, in quella casa succedevano cose strane; lo dicono anche senza averne conoscenza diretta, conservano solo l’eco delle dicerie, delle malelingue, delle quali il libro della Lippolis riesce a fare giustizia.

 

  Anche Donato, da parte sua, è al centro dell’attenzione dei compaesani, vuoi per la sua attività di pastore protestante che chiama alla preghiera i braccianti durante il lavoro in mezzo ai campi, vuoi per la sua diversità per cui è costretto all’isolamento culturale nel quale rimane relegato per l’ostracismo della Chiesa Cattolica e delle istituzioni che, sospettandolo di essere comunista, lo tengono sotto controllo anche attraverso i fascisti i quali, già poco dopo il ritorno dall’America, arrivano a sparargli alla testa causandogli la lesione che lentamente lo porterà alla tomba. “E se pure io camminassi nella valle dell’ombra e della morte non temerò male alcuno perché tu sei con me, mio sostegno e mia guida a confortarmi” (Davide, salmo).

 

Non è più facile la vita a Palermo, dove la famiglia si trasferisce successivamente per consentire a Donato di svolgere la sua missione, tra alti e bassi, tra momenti di esaltazione nel fervore religioso e momenti di difficoltà e di abbattimento, ai quali la piccola Giosi assiste attonita e impotente, momenti vissuti e superati con grande forza d’animo dai due “americani”.

“Siamo tribolati ma non avviliti, afflitti ma non disperati, abbattuti ma non annientati; e sebbene il nostro corpo esteriore si disfaccia, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno.” (Paolo di Tarso)

Il rientro a Ginosa coincide con il declino fisico di Donato, e con nuove sofferenze per la famiglia Lippolis e in particolare per  Giosi e la madre che debbono offrirsi al mercato del lavoro bracciantile per poter sopravvivere, esponendosi alle molestie e a tentativi di violenza. Sarà il conformismo poi, a far svanire anche le promesse di matrimonio di un “don” ginosino, che si nasconde dietro un dovere morale e sociale da compiere. 

L’arrivo degli americani, dopo l’8 settembre del ’43 darà una svolta in positivo alla loro vita, le loro quotazioni paesane improvvisamente risalgono, fino al rientro negli USA della famiglia. I Lippolis vanno via separatamente, partono uno alla volta, rinnovando lo strazio delle separazioni ad ogni partenza sul molo di Napoli, in scenari di addio che stringono il cuore. 

Il filo conduttore del libro è dato dalle Sacre scritture che a partire dal titolo sono citate sovente, e che aiutano l’autrice a disegnare un ambiente, quello protestante, ed evangelico in specie, certamente sconosciuto ai ginosini fermi sui pregiudizi nati e trasmessi intorno agli “spiritisti”.

 

Il racconto si snoda dunque, attraverso i ricordi della Lippolis in maniera non autobiografica in senso classico, ma attraverso un’analisi chiara lucida spesso amara delle situazioni, dei personaggi, degli ambienti e dei comportamenti dei ginosini in particolare, degli anni venti e trenta. Un racconto che apre uno spiraglio nitido e impietoso sulla società dell’epoca, sul conformismo, sulle discriminazioni subite, sulla ipocrisia dominante che toglie il coraggio della verità. Descrive tradizioni, abitudini, credenze scaramantiche nella vita di tutti i giorni nelle piazzette e nelle stradine abitate più all’esterno che all’interno, in un ritratto, dunque tanto chiaro e appassionante, quanto amaro.

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L’ambiente di casa, di per sé molto stimolante per l’anticonformismo dei genitori, a causa della loro attività religiosa è anche molto frequentata da personaggi di varia estrazione e di varia umanità spesso sofferente ed emarginata, che si susseguono come su una scena di compassione. Un andirivieni che favorisce la crescita morale e culturale della Lippolis, ne allarga la mente, ne forma lo spirito critico che insieme alle difficoltà la rendono libera e indipendente.

Getta il tuo pane sulle acque, quindi è anche la descrizione della crescita intellettuale dell’autrice, che, grazie alla sua fame di cultura alimentata dalla sua curiosità intellettuale arriverà ad insegnare italiano, scrivere poesie che saranno prefate da Giuseppe Prezzolini, libri e corrispondenze giornalistiche da bilingue autodidatta, avendo curato da sola la sua formazione anche a costo di passare le notti a leggere sotto i lampioni.

Come in altre precedenti opere di Giosi Lippolis, il paese che sa di ginestra e di mimosa   non viene mai citato direttamente, mai viene riportato il nome di Ginosa. E’ un modo di evitare l’angustia dell’ambientazione paesana, dando una collocazione geograficamente più ampia al libro, o è il residuo di un’amarezza,   di un risentimento mai completamente sopito?

Speriamo di poterlo chiedere direttamente all’autrice se un giorno La Goccia vorrà organizzare la presentazione ufficiale del libro a Ginosa.

 

La Goccia n.21 del 24.11.2001                                          Michele GALANTE (2001)