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Gli Americani

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All’epoca Ginosa era tutto un fermento dovuto alle partenze di tante persone, di intere famiglie che, senza sapere esattamente a cosa si andasse incontro, facevano le valige e partivano per un viaggio il più delle volte di sola andata. Ogni giorno era una notizia: parte tizio, parte caio; addossati uno all’altro su un traino fino al treno e poi a Napoli a prendere il piroscafo che li avrebbe scodellati a Ellis Island, nella baia di New York dopo almeno venti giorni di frollatura in mare.

Negli occhi degli adulti in partenza la tristezza per gli affetti e le poche certezze abbandonate e insieme, agli occhi un luccicore pieno di speranza per il tempo a venire, per le nuove sorti della famiglia soprattutto dei bambini. Negli occhi dei più piccoli lo smarrimento per il clima di angoscia creato dai saluti disperati, dai pianti cantilenanti e dalle grida strazianti nel momento del distacco:

- “uhé mà stàtte bbòne. Còm’égghie a fa da sòle, o sórta mè”

- “figghia mè stàtte bbóna bbóne, fàtte curàgge a màmme

- “ammìne l’uòcchie a cuddu poveriédde de tatà ca no stè buone, no mme fa stà cu penziére

- “piénze a tè figghia mè,  non te scì scurdanne de ci t’ha cresciùte. M’arraccumànne scrìve sémbe, speràme a  chèdda Vèrgine ca t’accumbàgne

Gli uomini non cedevano al pianto, non era dignitoso, ma dentro erano a pezzi anche loro, incapaci di pronunciare parola:

- “m’arraccumànne, m’arraccumànne. A bbóna sórte

E così via piangendo calde lacrime, guardandosi indietro un’ultima volta, cercando di fissarsi in mente un volto, una scena. Nei tascapane na sckanàte de pàne con un po’ di formaggio, na ndràme de salzìzze. Nelle valigie i quattro stracci di famiglia.

 

L’epopea dell’emigrazione italiana in America cominciò intorno al 1890 e durò più di vent’anni, interrotta dal fascismo, ma dopo la guerra riprese intensamente anche per l’Argentina, che allora era una nazione giovane, piena di grandi potenzialità. Curiosando nel sito ellisisland.org scopriamo che nell’arco di quel periodo, dal 1890 al 1924, a New York arrivarono ben 22 milioni di persone, di cui tantissimi italiani tra i quali 34 Michele Galante, di cui ben quattro da Ginosa; partirono 26 Rosario Calabrese, uno solo di Ginosa nel 1912 all’età di 19 anni; due Donato Lippolis, uno da Ginosa nel 1914 a 16 anni; su sei Nicola Ranaldo ben tre vennero da Ginosa. E ancora uno Stefano Giove, da Nusco, 45 Francesco Moretti di cui uno ginosino di 18 anni nel 1912. Partirono anche 22 Luigi Montanaro, ma nessuno da Ginosa, non partì nemmeno un Pietro Lospinuso, quelli ce li tenemmo tutti.

Nel 1911, all’età di 17 anni essendo nato nel 1894, partì Alessandro D’Angelo, un ragazzo molto sveglio, che si era stancato di lavorare tanto e mangiare poco, come allora succedeva un po’ a tutti coloro che non fossero proprietari o galantuomini. Alessandro proveniva da una famiglia di contadini, però sapeva leggere e scrivere e come abbiamo detto era molto sveglio. Partivano in tanti, partivano tutti, Alessandro si ficcò in mente questa idea e non ci fu verso di fargliela cambiare. I suoi scrissero ad uno zio che stava a New York già da qualche anno, lo zio Ciccio Russo, per vedere se lo poteva richiamare. Ciccio Russo, un bell’uomo alto e robusto e con un bel paio di baffi,  conosciuto in seguito a Ginosa come venditore del vino di don Guglielmo, era lì da qualche anno con la moglie, faceva piccoli lavori in proprio, e fu felice dell’arrivo del nipote, aveva pronto per lui un bel posto da giardiniere, lavoro che Alessandro avrebbe fatto per 5 anni prima di tornarsene. Gli fece pervenire un atto di richiamo che Alessandro custodì gelosamente per tutto il viaggio. Ci stava scritto il nome dello zio e il suo indirizzo.

Partì da Ginosa un bel giorno di maggio di quell’anno, qualche lira in tasca, nella valigia le sue cose e qualcosa per lo zio, un po’ di taralli, salsiccia curata, na masciócchele di pecorino stagionato, na nzèrte di fichi al forno e un po’ di quelle scapole per il viaggio. E finalmente dopo settimane di navigazione e di mal di mare arrivò in vista di New York.  Vide lentamente avvicinarsi la statua della libertà che sembrava puntarlo, fu una vera emozione, poi l’attracco al porto di Ellis Island, ma ci voleva ancora un po’ di pazienza. Bisognava registrarsi, non erano mica clandestini,  fare la visita medica, i controlli, insomma tutto quanto era previsto,  una eternità.

Dio volendo la trafila finì e Alessandro si ritrovò su un grandissimo piazzale pieno di gente che si abbracciava, si salutava allegra. Esattamente l’opposto che alla partenza, tanto era stato triste l’addio alla partenza, tanto gioioso era ritrovarsi con i parenti americani, una gioia che li aiutava a togliersi di dosso quell’aria stranita che si portavano appresso.  Alessandro, in attesa che arrivasse lo zio Ciccio, che gli aveva scritto di non muoversi e aspettarlo sul piazzale di sbarco, si mise in un angolo, da dove osservava il movimento di accesso al piazzale. Da dó a passà, pensò. Il piazzale pian piano andò svuotandosi fin quando Alessandro si rese conto di essere rimasto solo. Mannègghhie a zé Ciccie! Perché non veniva? Alessandro faceva il punto della situazione, leggeva e  rileggeva la lettera dello zio dove era scritto chiaro: ..aspettimi sula piazzala, ti venco a prentere io.

Lì non aveva più niente da fare, si avvicinò al cancello di uscita per affacciarsi sulle larghe strade del porto, e notò due persone vicino a un biroccio, vestite di nero con la bombetta in testa, non da pezzenti come i suoi compagni di viaggio, i due parlavano tra di loro, parlavano napoletano o almeno così sembrava dall’accento. Alessandro si sentì rincuorato, e pieno di fiducia si fece avanti.

-         Salute paisà

-         Salute a vuje, che vulìte?

-         Paisà, dàteme na mano, so appéna arruàte dall’Italia, devo andare a casa di zio Ciccio questo è l’indirizzo

-         Siete fortunato che avete trovato a noi che siamo brava gente e vi possiamo aiutare

Alessandro gli avrebbe baciato le mani per la gratitudine,  aprì davanti a loro il portafogli con i suoi risparmi e gli diede  la mezza lira anticipata che gli avevano chiesto, dopo di che montò sul biroccio, immaginando la faccia che avrebbe fatto lo  zio Ciccio a vedere che era stato capace di  arrivare da solo a casa sua. La carrozza si mosse e cominciò a percorrere un vialone, e ad ogni incrocio notò che stava scritto fifteen street, sixteen street, seventeen street, intuì che poteva essere il nome della via, e quando vide thirtyseventh street, si accorse che così stava scritto sulla carta che aveva in mano, ne fu sicuro, quella era la strada di zio Ciccio. Però invece di svoltare il biroccio proseguiva, Alessandro bussò alle spalle del cocchiere e con aria interrogativa fece segno alla carta e alla strada che avevano appena passato. Per tutta risposta il tizio diede una spronata al cavallo e poi cominciò a frustarlo con tutta la forza. Il povero animale imbizzarrito cominciò una corsa folle per le strade di New York, mentre Alessandro capì che quei due avrebbero potuto fare di lui quello che  volevano e si sentì in grave pericolo. Che fare? Alessandro si alzò in piedi, ve lo avevo detto che era un ragazzo sveglio, e si mise a gridare come un forsennato con tutto il fiato che aveva in corpo “Aiutàteme, crestiàne mè aiutàteme, me vólene accìde. Aiutàteme crestiàne mè,  aiutàteme” e nello stesso tempo si agitava richiamando l’attenzione della gente sui marciapiedi che non capiva una parola di quello che lui diceva. Shut up, shut up (zitto, zitto)! gridavano i napoletani, mentre il povero cavallo veniva frustato sempre di più. 

Quando si dice aiutati che Dio t’aiuta! La scena fu notata da due poliziotti a cavallo che si misero all’inseguimento del biroccio, mentre lui continuava a sbracciarsi e a chiedere aiuto. Se Alessandro ne avesse mai visto uno, si sarebbe sicuramente riconosciuto in una scena di qualche  film d’avventura. L’inseguimento durò parecchi minuti, ma alla fine un poliziotto riuscì ad affiancare il cavallo e con una manganellata sulla fronte lo ricondusse alla ragione costringendolo a fermarsi. I poliziotti si rivolsero ad Alessandro in inglese, mentre lui piangeva in ginosino, e i napoletani rivolti verso di lui what you say? shut up! improvvisamente non parlavano più l’italiano, non si capivano più, ma il giovane ginosino continuava a mostrare ai poliziotti la carta con l’indirizzo e a gesticolare indicando la strada che si erano lasciati indietro.  Dopo che i poliziotti ebbero fittamente parlato con i due senza che Alessandro capisse mezza parola, tutta la comitiva, il biroccio con la scorta della polizia a cavallo si mosse verso la trentasettesima strada fermandosi davanti al numero civico di zio Ciccio, dove lo lasciarono.

Affranto sudato e scapigliato, Alessandro che ancora tremava per la paura, bussò alla porta di Mr. F. Russo.

Venne ad aprire la zia che non fu sorpresa di vederlo, e senza nemmeno accorgersi di quanto era sconvolto gli chiese:

-“…e ziénda Cìcce addò le sì lassàte”?

-“Zé Cìcce? Le vulésse sapè pùre je, mannégghie a jìdde!”