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Il Cadavere di Coppolone

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Gli ultimi giorni di quel mese di febbraio 1865 per Alessandro De Gennaro erano stati terribili, forse i peggiori  del suo incarico da Delegato di Polizia nel Mandamento di Ginosa. Dopo l’unità d’Italia, era inutile negarlo, il fenomeno del brigantaggio era decisamente aumentato. A coloro che si davano alla macchia per sfuggire alla legge per ribellione alla prepotenza dei signorotti locali, o per motivi d’onore, a coloro che si rivoltavano contro l’ordine costituito per la fame e per la disperazione si aggiunsero quelli che lo facevano per motivi politici e ideologici. Molti non avevano accettato il nuovo assetto statale, ritenuto illegittimo e usurpatore di quello legittimo dei Borbone. Uno dei motivi di ribellione era la coscrizione obbligatoria introdotta dai piemontesi. Erano in tanti a disertare come Francesco Vizziello di Domenico, disertore del Reggimento Cavalleggeri di Monferrato, o renitenti alla leva come Domenico Ristetti, e a darsi alla macchia. Con il passare del tempo però, per mancanza di quella capacità trainante che si riteneva  in grado di scatenare l’insorgenza, la connotazione politica del brigantaggio si sbiadì lasciando il posto a quella puramente banditesca e criminale,  aumentando a dismisura il lavoro del nostro delegato di Polizia: rapporti sui fatti significativi, denunce da verbalizzare, sopralluoghi, soffiate da raccogliere, gente da controllare, testimonianze. In quel periodo passò da queste parti anche Carmine Crocco, lo dice lui stesso nella sua autobiografia,  era spesso avvistato a Ginosa e dintorni il brigante laertino Chiappino, alias Francesco Perrone amico di Borzello,  e Coppolone dopo la morte del Capraro era diventato di casa. Si facevano vedere nelle nostre campagne anche Prichillo, alias Arcangelo Cristella  di Laterza, il sergente Romano, Pizzichicchio, Egidione e altri.  Insomma un periodaccio.
  Quel giorno dunque, De Gennaro si sentiva uno straccio, aveva il morale sotto i piedi e la febbre da influenza certo non lo aiutava. L’influenza se l’era beccata proprio andando in giro per i Mandamenti di Ginosa, Castellaneta e Montescaglioso, rincorrendo gli ordini dei vari Sottoprefetti. Avesse almeno avuto a disposizione un cavallo, un birroccio, un traino, un qualsiasi mezzo di trasporto non si sarebbe ammazzato di fatica. Invece fu costretto a letto ammalato per aver faticato come un asino girando tutti i mandamenti a piedi, e adesso pure la lettera dell’ispettore di P.S. Taglieri, inviato da Lecce per chiudere una volta per tutte la partita con Coppolone. Taglieri esigeva spiegazioni sul suo operato nei giorni fatidici della morte del Coppolone,  lettera con la quale sembrava  mettere in dubbio la sua rettitudine di uomo d’ordine, quasi che insinuasse un connubio con i briganti come un volgare manutengolo al soldo di quei masnadieri.  De Gennaro non si dava pace torturandosi le mani e pure la lettera che continuava a rigirare tra le mani sgualcendola nervosamente, si mordeva le mani. Cosa fare? Rispondere bisognava, perché certo non poteva permettere che il suo superiore si confermasse nell’idea di un suo sia pur minimo cedimento, che la sua rettitudine fosse men che specchiata. Bisognava scrivergli, scrivergli subito ed eliminare qualsiasi equivoco.
 
 
 
All’Illustrissimo
Sig. Ispettore di P.S. Cav. Taglieri
Ginosa
Ginosa, 25 febbraio 1865
Riscontrando la emarginata nota della S.V.Ill.ma trovo giusto il richiamo che mi si fa per quanto concerne la morte del brigante Coppolone; però a mio discarico la S.V. con quella bontà che la distingue vorrà tenere presente le circostanze di fatto che vado umiliandole.
                                                                     
Che sin dal giorno 20 corrente io fui in Montescaglioso chiamato dall’illustre sig. Prefetto di Basilicata, da dove ritornai il giorno seguente, e trovai pronto invito del comandante lo Squadrone Usseri di Piacenza, sig. Maggiore Peissart per recarmi alla masseria del sig. Perrone a Castellaneta lontana da qui ben 35 chilometri. Che tornato di là fui con altra nota invitato a muovere per la Masseria Perrone di Ginosa in questa contrada Marina percorrendo come un pedone al di là di 40 chilometri onde trovarmi colà alla chiusura della masseria e fare  appianare due covi ove erasi nascosta giorni prima la banda Coppolone. Però prima di partire, mi preme farle notare,  con mia nota dei 23 stante davo prevenzione alla S.V. Ill.ma che qui correva voce di essersi rinvenuto cadavere lo infame Coppolone, ed a tale oggetto pria si concertò con questo sindaco che se si fosse verificata tale notizia avrebbe spedito espresso in Montescaglioso per avvisarne la Reale Sottoprefettura come fu fatto. In tale rincontro il sig. sindaco di Montescaglioso per malintesa gloria non si confrontava né da funzionario né da leale galantuomo quando senza trascrivere  il telegramma di questo sig. sindaco, non so quale altro ne schiccherava  (Coppolone era nativo di Montescaglioso. nda).
La Sottoprefettura ha perciò avuto da me ulteriore notizia sguardante il fatto di che è in parola, nonostante gli equivoci causati da Samuele Di Cardine, massaio in quella masseria. Infatti avvenne che il sig. Maggiore Peissart, così comandato dal gen. Pallavicini, reduce da Basilicata conducesse seco lui quali guide il capobanda Gioseffi da S. Fele e il brigante Motta Gaspare da Montescaglioso coi quali si recò nella detta masseria di Francesco Perrone presso lago Danici, nella marina. Fu colà che la lealtà del soldato fu vinta dalla malafede del brigante. Difatti vi si accedeva per sorprendere la banda Coppolone in un covo, e si permise ingenuamente al brigante Motta che avesse precedenta la Truppa di pochi passi tanto da darvi il tempo che nel suo dialetto avesse potuto domandare ad un garzongello di quella masseria se i briganti erano colà e avutane risposta affermativa, senza dare scandalo condusse la truppa su di un covo a un chilometro dalla masseria, in un terreno sementabile, sul quale eravi nato dell’orzo e avevasi accesso al covo da un piccolo foro.
I briganti non si rinvennero che anzi avvertiti a tempo fuggirono lestamente dall’altro covo che era a pochi passi dalla detta masseria. La qualcosa infine essendosi scoverta dal prelodato sig. Maggiore giustamente indignato, minacciò il brigante e arrestò i tre coloni di quella masseria. Venuto qui il massaio Samuele Di Cardine, per farsi meritevole volle riscattarsi e disse che avrebbe mostrato il luogo ov’era il Coppolone seppellito e davvero, egli facendo da guida non molto lungi dalla masseria ov’era salariato ne dissotterrava il cadavere che a dorso di mulo fu portato qui dove  veniva esposto per due giorni al pubblico esempio. Il sig. Giudice del Mandamento procedeva agli atti di sua incombenza, assicurandosi che quel cadavere in vita era nessun altro che Crichigno Rocco, detto Coppolone.
Questi fatti avvenivano durante la mia assenza da qui, assenza che avendomi esposto al rigore di una trista stagione sono da due giorni in letto con febbre e se non bene avessi adempito al mio compito mi auguro vorrà essere la S.V. Ill.ma indulgente con la mia persona. Gli atti da me compilati per le operazioni eseguite nella masseria Perrone, li ò rimessi a questo sig. Com.te la Sottozona perché facendone una sola  pratica con i suoi elementi, la  rimetta al sig. Avvocato fiscale presso il tribunale militare di Bari ove saranno tradotti i 3 detenuti.
Vostro devoto, il Delegato Alessandro De Gennaro.
 
Rocco Crichigno detto Coppolone, non era un cattivo elemento, ma come tutti aveva i suoi quarti d’ora. Si racconta che dopo aver fatto 12 anni di servizio militare nell’armata borbonica, finalmente a casa, ebbe bisogno dei documenti del suo congedo, andò a fare richiesta al comune di Montescaglioso da dove lo mandarono a Potenza, cosa che lui fece pazientemente senza però concludere nulla. Perché da Potenza fu rimandato a Montescaglioso e da qui di nuovo a quel Distretto militare, per ben tre volte. Dopo di che si presentò al comune deciso a risolvere la questione una volta per tutte, e davanti all’atteggiamento strafottente e scocciato dell’impiegato, perse la pazienza e gli mollò un ceffone da farlo sbattere violentemente sul tavolo. La sera si presentarono a casa sua due gendarmi che lo invitarono a favorire in caserma. Lui fece finta di assecondarli e, al momento opportuno, di corsa infilò la porta filandosela e dandosi alla macchia.
Coppolone, rimasto uno degli ultimi briganti in circolazione all’epoca dei fatti narrati fu  tradito da un compare di sangiovanni e colto in una imboscata a Bernalda da alcune guardie nazionali di quel comune, rimanendo gravemente ferito e  portato al suo covo nella masseria Perrone dove il suo manutengolo lo curò chiamando, sembra, anche un medico da Ginosa, ma tutto risultò inutile, e morì due giorni dopo. Recuperato il suo cadavere, fu disinfettato, essendo già in stato di decomposizione ed esposto per alcuni giorni sulla pubblica piazza di Ginosa quale monito per chi avesse voluto imitarne le gesta, mentre il suo manutengolo, massaro Di Cardine fu condannato all’ergastolo, beneficiando di un indulto dopo molti anni quando ormai vecchio tornò al paese dove morì poco tempo dopo.
La Goccia n.19  27.09.03