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IL DOLORE di Pietro TAMBURRANO

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 Tristezza, dolore, rabbia, stupore, vergogna, incredulità sdegno. Sono sentimenti che con forza  sgorgono dalla delusione raccontata da Pietro Tamburrano per la condizione di Ginosa e del suo stato socio-culturale e per lo stato di abbandono della gravina, del centro storico e del centro antico. Non ho mai visto Ginosa così spenta, così vuota, dice.

Passione, entusiasmo, eccitazione, speranza desiderio sogno. Sono l’altra faccia della medaglia in riferimento alle potenzialità di questo paese.

Pietro Tamburrano, ginosino della diaspora, già insegnante di Latino e italiano, Scienze Psicologiche, Sociali e Pedagogiche, Storia e Filosofia, educatore appassionato e attento di molte generazioni di fortunati giovani suoi allievi, apre il suo animo nell’incontro organizzato dalla ProLoco di Ginosa per la presentazione dei suoi libri: Radici preistoriche e protostoriche dell’antica Ginosa e La permanenza di San Giovanni da Matera in Ginosa, nell’ambito della manifestazione: Il Maggio dei Libri.

Una sventura, dice Tamburrano, è stata la chiusura del Liceo Classico esistente a Ginosa per alcuni anni del passato, una scuola che faceva la differenza, educava giovani non solo alle professioni più nobili, ma che faceva da humus per la crescita di generazioni di nuovi intellettuali, terreno fertile per la cultura locale, che oggi appare totalmente spenta.

Il grido di dolore è forte e disperato. Ginosa, con la sua gravina è uno scrigno che contiene la storia del mondo, perché, come dice Ferdinando Strada nella presentazione al volume “Radici preistoriche  e protostoriche dell’antica Ghénos” del professor Tamburrano, il nostro paese ha un’età tanto smisurata da non essere facilmente comprensibile da una mente non abituata a misure temporali immensamente più grandi di una vita umana. E’ tempo che la storia di Ginosa sia letta in continuità con la sua preistoria e con la sua protostoria. 

Lo studioso fa risalire all’era Mesozoica, al Triassico in particolare, la formazione dei rilievi dolomitici e della Murgia pugliese, un altopiano modellato dalle acque meteoriche che nel tempo hanno scavato la gravina, un processo che si completa nel Cenozoico.

Gli esiti degli scavi condotti dall’Università di Siena nel Riparo dell’Oscurusciuto, lo studio sugli strati sovrapposti, dalle ceneri vulcaniche ai i resti di animali, le selci, le tracce dei fuochi testimoniano la presenza dell’uomo dal Paleolitico al Neolitico, uomini dotati di cultura musteriana, cioè capaci di usare attrezzi, di organizzarsi la vita.

Questi scavi hanno dimostrato l’esistenza dell’uomo di Neanderthal  nel nostro territorio favorita dalle grotte naturali e quelle scavate che davano sicurezza agli abitanti, mentre la ricchezza della flora e della fauna garantivano le risorse alimentari. E da allora, dice Tamburrano, l’uomo non ha più abbandonato questo territorio. Ma la presenza dell’uomo primitivo a Ginosa è registrato nel Pleistocene, cioè l’inizio del Neozoico che stiamo ancora vivendo, come l’australopiteco in Australia, nell’Africa australe e in estremo oriente il sinantropo. In Europa circa un milione di anni fa, comparve l’homo erectus detto anche homo abilis, il cui principale esemplare è l’uomo di Neanderthal, contemporaneo di quello del Circeo e quello di Ginosa. Il materiale prelevato dagli studiosi di Siena sono lì conservati in attesa che Ginosa si doti di un adeguato museo, per poterli accogliere. Anche l’uomo di Altamura è un homo erectus e abilis, ma non viveva in comunità come quello di Ginosa, nelle prime aggregazioni sociali dell’uomo primitivo, questa ne è una peculiarità tutta ginosina, ma Altamura ha saputo dare adeguata visibilità al suo singolo uomo di Neanderthal, noi no alla prima comunità umana della storia.

La gravina di Ginosa da prima del primitivo di Neanderthal, nel paleolitico,  ai giorni nostri è stata sempre abitata dall’uomo, come dimostrato dal prof. Parenzan, dell’Università di Lecce, il quale ha trovato nella gravina di Ginosa resti umani e tracce di insediamenti anche nella cava Santoro, nel casone Dragone, e villaggi neolitici in continuità coi villaggi paleolitici, dalla Rivolta al Pozzillo, dove ora è il cimitero, a Follerati, nelle campagne oltre il Bradano, tra Ginosa, Montescaglioso e Bernalda (il pozzo del presepe). Si ebbe l’immigrazione di popoli neolitici come i Pelasgi che qui si insediarono, testimoniato da autori greci e latini, Tito Livio, Strabone, Marrone. E i ginosini, cioè le popolazioni preesistenti li integrarono. I Pelasgi si diffusero anche verso Pisticci, Bernalda, a Metaponto. E’ un dato storico, ma noi stiamo perdendo la memoria di tutto, ripete sconsolato il professore.

Nel periodo neolitico, otto/diecimila anni prima di Cristo, siamo nella protostoria, c’era già una civiltà, seppellivano e onoravano i morti, nelle grotte si disegnava sui muri, si disegnavano segni criptografici, età del bronzo poi del ferro. L’immigrazione di popolazioni è continuata nel tempo, dice Tamburrano, sono arrivate popolazioni danubiane, dal mondo ellenico le prime popolazioni indoeuropee, gli Achei o Elleni, che hanno occupato prima la Grecia, e che si estesero da queste parti, furono accolti e integrati, vennero i Dori, chiamati popoli del mare, alcuni sottogruppi di Dori furono i Tessali, i Messapi, gli Japigi, tanti sottogruppi, non tutti pacifici, infine i colonizzatori greci, che furono gli ultimi.

Il nome Ghenos, un termine di origine greca (achea o dorica) per l’antica Ginosa aveva molti significati: divenire, trarre origine. E’ anche la radice del verbo latino gign, che ci fa venire in mente il verbo ginosino  ingignare cioè cominciare (nda).

Questo libro elenca con precisione queste immigrazioni, come non era stato mai fatto prima. Con l’arrivo di queste popolazioni greche e spartane si formarono le città della Magna Grecia: Taranto, Metaponto, Eraclea, Crotone, tutte realtà venute dopo, quando Ginosa esisteva da millenni. Gli spartani che hanno fondato Taranto stavano nel territorio di Ginosa, erano delinquenti nullatenenti cacciati dalla loro terra, che lì si accentrarono fondando quella città. I fondatori della Magna Grecia, furono gli ultimi ad arrivare dalle nostre parti, anche loro hanno abitato le nostre grotte. Come afferma la dottoressa Capurso nella sua tesi su Ginosa magnogreca, tutte le grotte che si trovano sulla via Matrice verso la chiesa erano tutte tombe greche, oggi sono cantine. In Puglia ci sono 250 iscrizioni messapiche non ancora tradotte, una di queste, si trova sul libro, si trovava nella zona del Pozzillo, e non è mai stata decifrata, nemmeno da C.D. Fonseca, dice Tamburrano. Quando arrivò la dominazione romana Ginosa l’accettò e rimase fedele a Roma,  a differenza di Metaponto che fece l’alleanza con Pirro, e poi con Annibale contro Roma mentre Ginosa rimaneva a Roma fedele. I romani a Ginosa fondarono una colonia Genusia, e un presidio,  Genusium, che faceva fronte a Metaponto.

Quindi arrivò il cristianesimo, prestissimo, massimo una ventina d’anni dopo la morte di Cristo, di qui passò san Pietro, c’era una strada che veniva dalle tavole palatine dove si arrivava per la via Popilia, la strada che collegava Reggio C. a Roma, passando per le Tavole Palatine,  intercettava la via Appia a Capua, e con un’altra strada, dalle Tavole Palatine, passando per Ginosa incrociava la via Appia a Laterza e continuava per Monte Sannace fino al Gargano, una via trafficatissima.  Con i romani cominciò la storia cristiana di Ginosa.

Nel medio evo furono create le chiese rupestri e quando arrivarono i monaci Basiliani, seguaci di san Basilio Martire (ma prima di loro arrivarono i monaci dalla Palestina, dall’Egitto, dalla Siria, perché il luogo si adattava benissimo all’eremitaggio), dando un forte sviluppo alle nuove chiese cristiane. Padre Tuseo parlava di un vescovo di Ginosa, perché molte località più importanti avevano l’episcopus, non c’era il parroco ma solo i presbiter, i presbiteri, di grado inferiore. In questo senso Ginosa era sede episcopale, non come l’intendiamo oggi, l’episcopus dunque era il capo della comunità spirituale. Abbiamo dunque una tradizione greca/primitivo cristiana di grande importanza. Una presenza greco bizantina e cristiana che l’autore inserisce in un quadro più ampio delle regioni meridionali, 

La realtà archeologica viva e presente in Ginosa, nella sua gravina, è un grandissimo laboratorio archeologico, ma che non interessa a nessuno, lamenta Tamburrano, non al comune non alla regione Puglia, nemmeno alla sovrintendenza archeologica.

Tutto ciò nella gravina di Ginosa, ma i ginosini lo ignorano e la disprezzano, Tamburrano afferma che la gravina di Ginosa è più importante dei Sassi di Matera, perché lì c’è stata una sovrapposizione di edifici che hanno trasformato i siti, a Ginosa sono ancora quelle primitive, ma che noi disprezziamo, non valorizziamo, deturpiamo, è un laboratorio a cielo aperto.

I sotterranei del museo di Taranto sono pieni di materiale proveniente da Ginosa che resta lì inutilizzato, come si fa a sopportare una cosa del genere, è indispensabile, ultimo accorato appello di Pietro Tamburrano, aprire un museo archeologico locale, che racconti la storia dell’umano divenire in Ginosa, caput mundi.

 

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 San Giovanni da Matera è al centro di un altro lavoro del prof. Tamburrano: La permanenza di San Giovanni da Matera in Ginosa, che nelle biografie del santo non viene messa nella giusta evidenza, ma che riveste una importanza particolare proprio trattandosi dell’inizio della sua avventura spirituale e religiosa. Abbandonata l’agiatezza di famiglia a Matera si rifugiò nei monasteri delle isole Cheradi nel mare di Taranto, ma la vita condotta da quei monaci non era povera e parca per cui si spostò per un paio d’anni negli eremi calabresi e siciliani, prima di arrivare a Ginosa, per testimoniare la sua santità e e per predicare. A dispetto di talune biografie del santo, la sua permanenza a Ginosa non fu minima, ma piuttosto prolungata, oltre vent’anni,  e per questo l’autore se ne vuole occupare attentamente. Giovanni venne a Ginosa dopo aver sognato san Pietro che gli chiedeva di venire a ricostruire una chiesetta diroccata a lui dedicata e che, dicono i testi, doveva trovarsi a un miglio dall’abitato.

Sia Matera che Ginosa erano in mano ai normanni e Ginosa non era marginale, aveva una certa importanza tanto da richiamare il santo alla necessità di venire a predicare qui, dove già i suoi genitori si erano ritirati da Matera, cacciati anch’essi dai conti normanni di quella città.

Tra le tradizioni monacali presenti nel territorio, quello latino e quello greco bizantino, era a quest’ultima che lui era vocato, e a Ginosa, come a Matera era molto presente. Qui la sua vita eremitica fu  piena di sacrifici e rinunce, come la privazione del sonno, tanto da renderlo irriconoscibile agli occhi dei genitori. Al termine del periodo dato all’ascetismo, caratterizzato dalla esuchia, la pratica del silenzio, necessaria per arrivare alle visioni mistiche, passò all’azione mostrandosi nella sua predicazione eloquente e sapiente. Tra i prodigi attribuitigli, il ritrovamento sul posto del materiale necessario alla riparazione della chiesa e alla costruzione del monastero, si racconta anche del ritrovamento di un tesoro che avrebbe scatenato l’ingordigia e l’odio del conte di Ginosa verso di lui. 

La vita e l’esempio cristiano che veniva da lui e dai suoi monaci ne ampliò la notorietà in tutto il mondo e per questo venne in visita san Guglielmo da Vercelli che interruppe il suo viaggio verso la terra santa per rimanere qualche tempo con Giovanni.

Prima che i suoi contrasti con i normanni di Ginosa lo portassero in prigione e lo costringessero a fuggire, aiutato da un angelo, a Pulsano sul Gargano dove avrebbe realizzato un altro grande cenobio ricco di fede e di spiritualità, partendo da Ginosa predicò anche a Bari, dove però rischiò una condanna per eresia e blasfemia, per essersi scagliato contro il clero locale accusandolo di avarizia e di lussuria.

Il professor Tamburrano non ne parla e ci rimane il dubbio sulla famosa maledizione che san Giovanni da Matera avrebbe lanciato contro i ginosini, che non fosse colpa del normanno Roberto, signore di Ginosa.

 

Scritto a maggio-giugno 2018

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