Skip to main content

Il Funerale

Inserito in

La situazione è   tragica ma la scena  è comica 

 Qualche tempo fa in una via di Ginosa nello stesso giorno si verificarono due morti, un uomo e una donna, in due case poste quasi una di fronte all’altra. Tre persone, due donne e un uomo, dal volto appropriatamente contrito, saliti in casa dell’uomo defunto si siedono nella camera ardente e  cominciano a guardarsi intorno cercando  i familiari stretti del morto da salutare come si usa tra persone che si rispettano, ma stranamente tra tutti i presenti nemmeno una faccia conosciuta. Incerti si guardano e parlottano. Anche i padroni di casa li guardano: chissà chi sono, forse lontani parenti, forse antichi vicini di casa, forse amici dei cognati. I tre parlottano ancora un po’ tra di loro cercando di non mostrare imbarazzo. Dopo qualche momento ancora l’uomo, indifferente, per non destare sospetti indicando la bara chiusa come per caso  lascia cadere una domanda al vicino di posto: ma jé mascule o fèmmene?

 

Nella cappella di San Giuseppe del camposanto è ancora conservata una varra. Quando la varra compariva davanti alla casa del morto insieme al prete l’ora era arrivata e ripartivano alte le lamentazioni delle donne che a volte venivano integrate dalle prefiche di Bernalda, una delle eredità più schiette dalle nostre radici classiche. Si cantilenavano le fasi della malattia le lodi del morto le cose che faceva quelle che gli piacevano, i ricordi. Facilmente, prese dal pathos in un irrefrenabile trasporto empatico entravano in gioco altre donne dal lutto recente le quali ricadevano nella sofferenza della loro perdita e si inserivano nella lamentazione rivolgendosi a volte direttamente al defunto, dandogli magari l’incarico di portare il loro saluto e i sensi della loro strazio al proprio congiunto morto da poco. Una volta improvvisamente morì una donna vedova che aveva un figlio che viveva con lei. Il primo pensiero dei vicini e dei parenti fu quello di andare a chiamare il figlio dalla cantina dove passava le serate e lo trovarono che era ubriaco. Arrivato a casa trovò la madre lunga sul letto e intorno le zie e le vicine più intime che già la piangevano a voce alta. Il figlio, investito dalle urla disperate, rimase interdetto a sentire:

- Uhé Niné, mò ca vè m’paravìse saluteme a cudd’aviàte de marìteme, diceva una;

- Puorte tante salute a tatà, e a chedda viàte de mamme, diceva l’altra.

- Sora mè non te scurdà, saluteme a cuddu fràte.

Gridavano senza controllo, stridevano acute, laceravano l’aria, e le orecchie. L’impatto sull’uomo fu forte, ne rimase urtato. In preda ai fumi del primitivo, barcollante, aprì le braccia come per fermare tutto e gridò: Uhé mà, no scì danne adénze! Fàtte le càzze tò!

 

Benedetta la salma chiusa la bara parte il corteo. Davanti il prete, le corone e i cuscini firmati. Ciascuno assume la  posizione che gli compete nel corteo in funzione del rapporto di parentela col defunto, più è stretto più starà vicino al carro. Coniuge e figli davanti, poi fratelli sorelle, zii, cugini. In ultimo i semplici conoscenti. Dopo i primi passi in cui raccolti in silenzio ci si guarda la punta delle scarpe, si comincia a scambiare qualche parola col compagno di marcia, e rapidamente si produce nu sciàrisce incontrollabile e ad alta voce. Va meglio se c’è la banda che distrae eseguendo il meglio del repertorio: Sconforto, Pianti e fiori, Desolazione, Afflitta  e Fatalità. Purtroppo alla chiesa si arriva presto perché altrimenti la banda avrebbe il tempo per suonare anche Cuore infranto, Sotto i cipressi, Mestizia, Un pensiero triste, Pace eterna, Requiem e Memento..  Intanto  i portatori di cuscini hanno cominciato a strappare i fiori buttandoli per terra come a voler stendere un tappeto per l’ultimo viaggio del caro estinto. Sarebbe bello se fosse vero, in realtà viene da sospettare che così si voglia solo impedire il riciclaggio abusivo dei fiori. Durerà fin quando il pompista funebre non si beccherà una multa per insozzamento di luogo pubblico

 

 

La messa e la cerimonia della sepoltura hanno il loro normale svolgimento e il feretro viene di nuovo preso in consegna dai portatori.

Il feretro  si avvia tra i banchi della chiesa a spalle per l’uscita, ma solo una parte dei convenuti si dispone a schiera deferente sul percorso, gli altri già si posizionano per le condoglianze. Stabilito se dentro o fuori, i più esperti guadagnano la pole position, in qualche attimo la fila si è già formata. Sì la fila, insomma, diciamo una massa di persone che si imbuta sul punto di convergenza. La fila è un’opinione, quando si fa in chiesa si creano due correnti principali, ma ciascuno vuole la sua, allora la corrente centrale come un fiume si scompone in tanti rivoli che sfruttano le fenditure tra un banco e l’altro e tutti in massa si converge là dove compressi, serrati in blocco, superando un varco strettissimo si sbocca, come un parto: plop!, si sbuca davanti ai parenti affranti. I primi sono sempre loro, certi pensionati che mostrano una fretta dannata e quando finalmente hanno fatto il dovere restano in zona senza più un grammo di fretta. Hanno passato un’oretta della loro giornata in buona compagnia. Paravise e ceràse, si diceva anticamente a chi riceveva la solidarietà dei compaesani. Bellissimo, un messaggio di ottimismo, un augurio pieno di speranza e di fiducia. Altro che l’attuale lugubre: condoglianze.

 

 Chi non ha fretta ma anche chi la fretta ce l’ha e non vuole imbutarsi, rimane un po’ in disparte, si formano i capannelli dove i discorsi sono quelli di sempre: la campagna, il tempo e i funerali.

- Ma possibile che non ci sia un modo più civile di fare la fila? Guarda che sconcio. Tutti addossati come sardine, con le donne in mezzo, bah! Eppure basterebbe poco per evitare queste scene, fare un percorso, mettere le transenne.

- Sì ma a cè m’aggiòve? A che serve tutta questa sceneggiata? Oramai i tempi sono cambiati, facciamo come in città, mettiamo un quaderno, si firma e via.

- E cè sì concluse? Niente, invece di fare la fila per le condoglianze la fai per la firma.

- No, non è vero. La firma si può mettere pure a casa, da prima, mica qua dopo la messa.

- Sì, è vero, tutte ciò ca vulìte. Ma vuoi mettere la firma con una stretta di mano, un abbraccio?  La firma con tutto il quaderno sono freddi, distaccati, non trasmettono calore o emozioni né sentimenti. È quello che ci distingue, da noi la vita è ancora a misura d’uomo, ci conosciamo tutti, ci guardiamo in faccia. Anche se per la famiglia è un sacrificio, una fatica stare impalati lì un’ora, ma almeno si sentono gli amici vicini, il calore di una stretta di mano, un abbraccio, un bacio affettuoso (qualche volta anche troppo, lo ammetto). Sapere che tutta questa gente è venuta fin qui che cudd’aviàte,  ma anche per te che soffri, alla fine ti rimane un senso di calore umano che ti consola, ti fa sentire voluto bene, un po’ ti riscalda il cuore. O no?

- Beh si se vogliamo in effetti non è sbagliato.

 Alla fine sono un po’ tutti d’accordo e il discorso è chiuso. Fino alla prossima volta.