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Il Monumento ai Caduti

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Don Rodolfo Sangiorgio non era stato tra i promotori dell’iniziativa. Essendo socialista all’epoca dello scoppio della guerra, poi avrebbe cambiato partito, si era schierato contro l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale a fianco dell’Intesa, contro l’Impero Austro-Ungarico, per cui a lui del monumento ai caduti non importava più di tanto, non era roba sua. Come scrive il dottor A. Ricciardi, il monumento fu voluto dal dottor Luigi Strada per ricordare il sacrificio dei ginosini caduti nella Prima Guerra Mondiale, un monumento, dice, dalle forme perfette e dalle linee aristocratiche che in armonico sviluppo sanno parlare alla mente e al cuore il linguaggio del dolore e della gloria. Una bellissima Vittoria alata, opera dello scultore Antonio Basso. Però quando il monumento fu pronto per l’inaugurazione, nel 1922, essendo sindaco  l’ormai ex socialista Sangiorgio,  nel frattempo passato al Partito popolare,  a lui sarebbe andato l’onore di  presiedere l’inaugurazione.

Ormai era tutto pronto per l’inaugurazione che sarebbe avvenuta il 4 novembre di quell’anno, quarto anniversario della Vittoria, alla presenza delle autorità politiche religiose e militari, associazioni combattentistiche e popolo tutto. Era attesa la venuta dei deputati ionici on.  Mannavini e l’on. Misuri, ambedue nazionalisti che avrebbero dato lustro con la loro presenza al paese e soprattutto all’Amministrazione comunale presieduta da don Rodolfo il quale veniva così a godere i frutti di una iniziativa della quale non aveva alcun merito. La situazione era decisamente anomala, era una cosa che non stava né in cielo né in terra.

Bisogna sapere che già da molto tempo il quadro politico ginosino era molto, ma molto teso. Alle manifestazioni e scioperi organizzati  dalle sinistre che si protraevano dai primi  anni del secolo, dopo la guerra si aggiunsero manifestazioni e cavalcate dei fascisti che andavano organizzandosi in squadre, e così sfilavano con i loro cavalli, armati di fucili da caccia e manganelli, con le loro improbabili divise il cui unico elemento comune era la camicia nera. Le  polemiche erano violente e le contrapposizioni fortissime, spesso scorreva il sangue. A settembre di quell’anno a Taranto c’erano stati scontri tra fascisti e nazionalisti che culminarono nella morte del nazionalista ginosino Peppino Viesti (fratello di Gennarino e del farmacista Luigi Viesti) ammazzato a pistolettate in piazza Archita. Le tensioni tra le camicie azzurre, i nazionalisti, e le camicie nere, i fascisti, in quel periodo erano tali che i fascisti ginosini, nelle persone di Armando Rizzi, Giulio Tarantini e altri arrivarono a pretendere che la salma dell’ucciso fosse condotta direttamente al cimitero di Ginosa senza sfilare per le strade del paese, come era nella volontà della famiglia con un regolare corteo funebre. La protesta della famiglia portata direttamente nell’ufficio del viceprefetto, alla presenza degli on. Caradonna e Misuri da parte dei fratelli dell’ucciso fu accolta, e i funerali si potettero svolgere regolarmente. Ma anche davanti alla morte la tensione rimaneva talmente alta che, per evitare ulteriori complicazioni il funerale si dovette svolgere sotto la scorta armata dei carabinieri.

Per tentare di governare la situazione e prevenire sviluppi indesiderati, ai primi di ottobre fu inviato a Ginosa il vice commissario dott. Varlaro al comando di un certo numero di carabinieri, regie guardie e agenti investigativi. Per tutto il mese di ottobre le manifestazioni fasciste si susseguirono praticamente senza soluzione di continuità con un preciso scopo: imporre le dimissioni al sindaco Sangiorgio.   Arrivò così il 28 ottobre, il giorno della marcia su Roma alla quale parteciparono diversi ginosini e che portò alle stelle l’entusiasmo dei fascisti. Stando così le cose come  potevano, loro che erano tutti combattenti e reduci permettere al sindaco di sinistra di inaugurare il “loro” monumento ai caduti?

Dopo il 28 ottobre dunque, con l’incarico a Mussolini e i fascisti ormai padroni  della piazza, don Rodolfo si dovette arrendere e, doveva essere il 1° novembre, si decise a presentare le sue dimissioni. Non si dimisero però i consiglieri di maggioranza, perciò i fascisti temendo una manovra di raggiro di cui Sangiorgio era maestro, decisero di occupare il Comune di Ginosa, e quella sera stessa vi  sistemarono il loro accampamento, facendo seguire un comunicato: Questa notte alle 10,30 una imponente colonna di camicie nere, dopo aver percorso le vie del paese al canto degli inni nazionali e fascisti, hanno occupato questo Municipio inalberandovi, insieme alla bandiera nazionale, il gagliardetto del Fascio. L’occupazione è avvenuta in forma molto solenne e si è chiusa con un vibrante discorso del segretario politico, ing. Enzo Costanza. Tutto si è svolto senza spargimento di sangue. Il direttorio del Fascio sorveglia a che i sevizi pubblici funzionino regolarmente. Stamane la popolazione in segno di esultanza e di gioia ha fatto le più entusiastiche dimostrazioni di simpatia verso le camicie nere che svolgono il loro servizio col massimo ordine e la più assoluta disciplina.

Era il loro momento di esaltazione e di gloria e tutto gli era consentito. Anche il monumento ai caduti era lì, pronto sulla Villa, coperto da un lenzuolo,  aspettava solo di essere scoperto e offerto alla popolazione come massima espressione del sacrificio di loro arditi, combattenti e reduci tutti e giammai l’avrebbero lasciato alla gloria e al vanto dei socialisti. La sera del 2 novembre al termine dell’ennesima sfilata, nelle loro divise arrabattate alla bell’e meglio, i fascisti ginosini con i loro fucili da caccia al fianco, si disposero sui quattro lati del monumento, su tre file, circondati da una folla festante. All’ordine preciso del segretario del Fascio Enzo Costanza, si piegarono tutti su un ginocchio, tenendo il fucile dritto sul fianco. Quindi Michele Busto, con la sua tromba intonò l’ATTENTI! Un paio di arditi, con un balzo gagliardo scavalcarono l’inferriata e strapparono il lenzuolo che copriva il monumento. La tromba suonò le due note del RIPOSO! E tutti insieme si esaltarono negli inni nazionali e fascisti annegati in un formidabile sventolio di bandiere e gagliardetti, seguiti da un interminabile applauso pieno di entusiasmo, al grido di ONORE AI CADUTI! VIVA L’ITALIA! VIVA IL RE! ALALA'! VIVA MUSSOLINI!

Le ore dell’occupazione scorrevano come in un sogno, i giovani fascisti erano eccitati dalla vittoria che faceva girare loro la testa, e dava un senso di onnipotenza inebriante. L’occupazione andava avanti come una grande festa goliardica, con canti, grandi mangiate, attività ludiche, addestramento ideologico e militare. La mattina del 4 novembre, un gruppo di fascisti occupanti seguivano le manovre di uno di loro, Vito D’Apolito che armeggiava incautamente intorno ad una bomba a mano, quando improvvisamente… ma questa è un’altra storia, ve la racconto un’altra volta.