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IL MULO

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Qualche tempo fa, o meglio, qualche anno fa… beh, forse possiamo dire ormai qualche decennio fa, il traffico cittadino era costituito in massima parte da sciarrétte, trainédde e sciarabbàlle (che si usava col bel tempo), ma soprattutto da traini che erano il mezzo di trasporto per persone e merci della classe contadina. U sciarabbàlle, dal francese char à bàlle, era il calesse a molle per il trasporto di persone, più signorile, mentre per i viaggi veri e propri ci voleva la vettura, una carrozza a due assi, chiusa, guidata dal postiglione. La continuità storica tra la vettura e l'automobile passa per l’autovettura, la carrozza a motore, e dal termine carrozzeria come derivazione diretta.  

Le strade erano intasate di traini parcheggiati con le stanghe poggiate a terra, l’aria piena degli odori di escrementi equini appiccicati a terra che si mischiavano con gli odori di cucina, erano parte piena del panorama visivo e olfattivo  paesano. La sera al rientro dalle campagne, verso il tramonto sulle strade che portavano in paese si creavano delle file lunghissime di traini, con tutte le problematiche del traffico di ogni tempo: fermate, sorpassi, inserimenti nella fila. Facevano notizia gli incidenti che di tanto in tanto si verificavano. Sulla strada del Palmaro (erroneamente chiamato oggi Palombaro) sulla salita dopo la gravina si ricorda la morte di un contadino precipitato con traino e cavallo in gravina dal costone di una certa altezza; sulla via del Molinello, ce n’era un altro che ricordava un padre di famiglia saltato in aria con traino e mulo, per una mina tedesca; come al Tufarello. Non parliamo poi dei cavalli imbizzarriti che diventavano un pericolo pubblico impazzando per le vie del paese fin quando qualche giovane coraggioso non riusciva a dargli una bastonata sulla fronte che lo riportava alla ragione. Eventi che rimanevano al centro delle chiacchiere paesane per settimane.

Un personaggio molto caratteristico fu un tizio chiamato u matarrèse, per la sua provenienza da quella città, abitava vicino a piazza Orologio dalle parti di Largo Cortina, più esattamente o' caseddàre,  dove aveva anche un ricovero per il mulo col quale si spostava, era il suo mezzo di locomozione, seduto, o meglio  appollaiato sulla sella di pezza con le gambe penzoloni da un lato, alla femminile. Era impossibile non notarlo sul Corso, che percorreva da punta a punta col suo quadrupede. Era un po’ ruvido, rustico, direi quasi ruspante, dal fisico asciutto, con il naso stretto e un leggeremente aquilino, il mento pronunciato; la sua figura comprendeva un gilè, sempre lo stesso, e un cappello a falda larga che portava abbassato sugli occhi, alla spavalda.

Era una bella testa dura e spesso si doveva confrontare col suo mulo. Una volta, o forse anche di più di una volta, ebbe a che fare con la testardaggine del mulo, che si rifiutava di collaborare, e, strattonandolo lo apostrofava dicendogli: Iiiihhh!! Stàtte cujéte; ca tu pe la fòrze me friéche, ma a senteménde sìme awàle!!

                                                                                                                      

    24 marzo 2015                                                                                               Michele Galante (2015) – michelegalante47libero.it

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