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LA LEGGENDA DEL PIAVE

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La grande Guerra era oramai alla fine, quando E. A. Mario, per venire incontro alle richieste di nuove musiche che arrivavano dal fronte, e anche per far fronte ai suoi debiti creatisi proprio a causa della guerra, in un momento di particolare ispirazione durante l’estate del 1918 tirò giù una nuova canzone che volle intitolare “La Leggenda del Piave”.

            Lo spartito de “La Leggenda del Piave” arrivò a Ginosa nel mese di settembre dello stesso anno, e mise subito in agitazione l’ambiente che girava intorno alla musica: i musicisti i musicanti e tutti gli appassionati di musica.

Non è che, all’epoca le nuove canzoni venissero fuori come oggi, tutti i giorni, o magari in determinate precise occasioni come quando per esempio da bambini credevamo che le canzoni uscissero soltanto a Sanremo. No, ne arrivava una ogni tanto, e prima che potesse essere ascoltata e imparata da tutti passava un po’ di tempo. Bisognava studiarla concertarla provarla nella banda o nei salotti buoni dove tutti intorno al maestro al pianoforte che accennava le prime note, ascoltavano attenti prima che arrivasse al grande pubblico.

 A farla da padrona erano le arie delle Opere più famose, che venivano eseguite dalla banda paesana in piazza durante le Feste Patronali: tutti davanti alla cassa armonica con la bombetta in testa il bastone da passeggio tra le mani le signore con i vestiti larghi e lunghi con cappellino e ombrellino da sole ad ascoltare: la casta ddìe, la cavatina del Barbiere, il brindisi della Traviata, e, una alla volta tutte le altre.

L’arrivo del nuovo spartito creò una certa attesa, quelli che ne capivano e avevano dato un’occhiata la trovavano molto bella e orecchiabile e poi era anche una gran bella canzone patriottica, cosa che non guastava. Per la verità sentendo che era una canzone che celebrava l’entrata in guerra qualcuno arricciò il naso, le polemiche sull’interventismo erano ancora aperte e il paese era diviso, c’erano ancora strascichi dei forti attriti che si erano avuti tra interventisti e non. E se fosse stato ancora sindaco l’avv. Sangiorgio, da quel socialista capopopolo che era il suo non interventismo avrebbe probabilmente prevalso e una canzone di tal genere sarebbe stata accolta con qualche riserva e difficilmente avrebbe avuto l’accoglienza che invece poi ebbe.

Ma dopo i noti fatti del mulino di Coppola Sangiorgio era stato giubilato lasciando il posto al Regio Commissario Antignano; a livello amministrativo il clima era cambiato e quindi ormai decisamente favorevole alla politica governativa. La prima guerra mondiale era in corso da ben tre anni, c’erano già molti caduti ginosini e molti altri che facevano il loro dovere sul fronte e in paese c’era una certa attenzione agli eventi, a tutto quello che riguardava la guerra e il suo andamento. Tra l’altro si organizzavano manifestazioni e rappresentazioni di ogni genere allo scopo di raccogliere fondi per contribuire alle spese di guerra, fu perciò deciso di presentare questa “Leggenda del Piave” in una di queste manifestazioni.

 Il maestro di scuola elementare Michele Luisi, grande appassionato di musica si prese l’incarico di insegnare la canzone ai suoi alunni di scuola elementare, per poi presentarla al teatro Alcanices che all’epoca era perfettamente funzionante nella sua veste originale, nell’ambito della manifestazione. Bisogna dire che grazie al maestro Luisi e dopo di lui anche a suo figlio Luca molte generazioni di ginosini hanno potuto imparare brani di opera e sopratutto l’inno di Mameli, che altrimenti non si sapeva come e dove imparare. Ma torniamo a noi.

Giacomo Cassano, classe 1906, ricorda perfettamente come il maestro Luisi si sforzasse di concertare con la sua classe, un bel coro che rendesse lo spirito il sentimento patriottico e la rotonda musicalità di quella canzone da offrire quanto prima ai concittadini. Ogni giorno a scuola, che si trovava nelle case del Capitolo nel vicolo omonimo, per molti giorni si provava e si concertava. Ma dopo qualche tempo e tanti vani tentativi il maestro Luisi dovette rinunciare all’idea del coro, perché c’erano troppi bambini stonati, troppe cicale maschie e siccome Giacomino invece aveva una bella voce, alla fine il maestro decise di farla cantare soltanto a lui, da solista.

Nel frattempo era arrivato il 4 novembre, la guerra era finita, invece di una manifestazione a sostegno dei combattenti si organizzò una grande manifestazione che doveva celebrare la Vittoria. Quale migliore occasione per presentare la canzone?

Arrivò così il giorno della manifestazione e, dopo le celebrazioni ufficiali con i discorsi e tutto all’Alcanices, tra le altre rappresentazioni in cartellone c’era anche “La leggenda del Piave”. Per l’occasione il teatro era addobbato a festa ed era tutto uno sventolio di tricolore. La massima autorità presente, era il Regio Commissario Pasquale Antignano contornato da tutto il bel mondo ginosino. C’erano i combattenti e i reduci delle guerre garibaldine della guerra d’Africa e della guerra contro i turchi con al posto d’onore la Medaglia d’oro al V.M., il garibaldino Angelo Pugliese che indossava la camicia rossa regolamentare.

Giacomino che aveva all’epoca nemmeno una dozzina d’anni salì sul palco avvolto in una bandiera tricolore, fermo dritto e con lo sguardo rivolto all’infinito circondato da decine di bambini che sventolavano bandierine tricolori, nel silenzio più assoluto e con il borbottio di una fanfara in sottofondo intonò: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio/ dei primi fanti il ventiquattro maggio/ L’esercito marciava per raggiunger la frontiera, …e, mano a mano che il crescendo musicale progrediva gli spettatori rimanevano sempre più emotivamente coinvolti, la canzone li avvinceva, esaltava i migliori sentimenti di italianità e di patriottismo mentre gli animi più sensibili, le dame presenti, si facevano prendere dalla commozione, le mani strette sul cuore  lasciandosi scappare qualche lacrima.

…il Piave mormorò, non passa lo straniero!!! Quando la canzone fu terminata, con quelle note accorate e quei versi così perentori, il pubblico presente in sala letteralmente esplose in un tripudio di gioia di patriottismo di emozione, lacrime appassionate e sventolio di bandiere, tutti in piedi inneggiando all’Italia e alle terre non più irredente di Trento e Trieste che erano finalmente diventate italiane, gridando Viva l’Italia e cantando a squarciagola la Marcia Reale!

La gente si riversò per strada, e in mezzo allo sventolio delle bandiere, con  in testa la banda, continuando a cantare l’Inno nazionale e gridando Viva l’Italia, si mosse verso il comune, proseguendo la manifestazione davanti al portone del Municipio.

Una giornata indimenticabile. Giacomo per quello strano fenomeno che fa ricordare ai vecchi le cose dell’infanzia piuttosto che quelle di stamattina, la ricorda come se fosse ieri, e se vi capitasse di sentirla raccontare dalla sua voce, vi verrà voglia di cantare insieme a lui “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio…”.

 

La Goccia n. 10 del 26.05.2001

Michele GALANTE(2001)

mike

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