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LARGA LA BOCCA REZZI I CAPELLI

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 Larga la bocca, rezzi i capelli

Correvano felici gli anni cinquanta e la spiaggia di Ginosa Marina diventava più moderna anche se i  pagliai e le baracche erano ancora in prima fila di qua e di là  dell’unico vero stabilimento balneare esistente, il Miramare. C’era un’area centrale cosparsa di moderni ombrelloni multicolori alternati a ombrelli parapioggia neri adattati alla bisogna. Nella parte alta della spiaggia allineati decine di loculi di sabbia con dentro i bisognosi di cure paratermali antireumatiche, coperti di sabbia bollente che li cuoceva, con la testa all’ombra di un ombrello. I loculi preparati e non ancora utilizzati rimanevano segnalati con un paio di scarpe o un ombrello piantato a capitale, in attesa che la sabbia si asciugasse e raggiungesse la temperatura di cottura ideale sotto il sole cocente. Le sabbiature erano (e sono) efficaci e gratuite contro l’artrosi e reumatismi e osteoporosi sfruttando le proprietà della sabbia ricca di sali minerali, magnesio, potassio, iodio, cloro, calcio che penetrano nell’organismo per osmosi.  Provateci, ma se siete cardiopatici, ipertesi o ipotesi, lasciate stare, vi costerebbe troppo. Le cure psammoterapiche (sono sempre i bagni di sabbia) continuavano fino ad ottobre, quando arrivavano quelli che non volevano essere guardati dai comuni mortali.

Era la STAGIONE. In dieci in una stanza, con materassi stesi per terra a dormire con le porte aperte, acqua non corrente da prendersi all’aeropompa di Ciccio e Cola, una pompa che non aveva nulla a che fare con gli aerei, tirava su l’acqua di un pozzo con la forza di una grande ventola. Le sere di luna piena a giocare sulla spiaggia a mamma gattona, mangiavamo pastasciutta e ciallédde ed eravamo felici.

Lo struscio sul bagnasciuga era già molto praticato per farsi vedere e per vedere. Ogni tanto un capannello richiamava l’attenzione dei curiosi, come quella volta che un pescatore reduce dalla nottata in mare dormendo in mutande sotto un telo mostrava i suoi zebedei, che le signorine tonde e baffute andavano a spiare ridacchiando.

O quella volta che decine di persone guardavano incuriosite e sorprese (chi l’aveva mai visti prima?) due giovani uomini dalla pelle nera. Li guardavano e ci giravano intorno come fossero allo zoo. Che strani esseri: alti e neri, neri da capo a piedi, e i palmi delle mani e dei piedi così bianchi! E gli occhi grandi e bianchi, e quei denti come splendevano! I due si guardavano intorno, sorpresi e divertiti anche loro da questi indigeni bianchi bassi e rotondetti che non avevano mai visto un negro, come si diceva allora, in vita loro. Ma dove erano mai capitati?

La curiosità, che, come dice Mariolina, è un difetto femminile che tutti gli uomini hanno, portò a tentare un colloquio tra i nostri più intraprendenti, ma i due non parlavano italiano. Erano africani di cultura francese e parlavano quella lingua, intanto il capannello cresceva. Si fece avanti Nicola Sannelli che essendo stato prigioniero dei francesi ne parlava correntemente la lingua, si offrì per fare da interprete per l’intervista che seguì.

Di dove siete? Perché avete i capelli così rezzi? chiese una. Perché avete le labbra così grosse? disse un’altra. E poi: perché avete la pelle così nera? E i palmi delle mani perché sono bianchi? E il naso così largo? Santa ingenuità di una cultura atavica e incontaminata. Chi se l’immaginava che qualche decennio dopo ci sarebbero stati neri che avrebbero parlato il dialetto ginosino!    (Agosto 2020)

 

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