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Le Gravine e i Ginosini

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 Gli è orroroso ad un tempo e dilettevole il contemplare dall’alto l’antico Ginosa…, così nel 1854 Gaetano Glionna descriveva il paese vecchio, il Casale, che era abitato …tuttavia da gente povera e qualche commodo villico. Anche il cav. Giacomo Arditi, nella sua Corografia Fisica e Storica della Provincia di Terra d’Otranto del 1885 descrivendoGenosa, parlava di orrore: Assisa sul dosso di un colle, guarda da una banda l’orrore di un profondo burrone (vulgo Gravina) che l’accerchia da ponente a levante…, e dopo aver descritto il paese moderno, continua: Ma l’altra parte, il rione che dicono Casale, è fiera e orrenda cosa a vedere. Si compone di grotte scavate nel monte, umide, scabre, luride, scure, pericolose per le frane che spesso le sbranano e le travolgono.

È fiera e orrenda cosa a vedere. Quello che per la sua grandezza potrebbe determinare il nostro futuro come ha determinato il passato, veniva definito fiero e orrendo. Questo era il giudizio che si dava comunemente della gravina, delle grotte trasformate in case, non solo dagli studiosi, ma soprattutto dalla gente comune, da tutti i ginosini che evidentemente questi sentimenti trasmettevano agli studiosi. E lo stesso giudizio lo si ritrova nel ricordo degli anziani i quali hanno sempre ritenuto la gravina e i suoi insediamenti luoghi adatti a persone nel migliore dei casi povere e di basso ceto, non certo luoghi per persone per bene, luoghi non certo meritevoli di rispetto e tanto meno di salvaguardia.
Fino al XV secolo dunque i ginosini urbanizzati vivevano tutti nel Casale e nella Rivolta, poi a causa del degrado progressivo degli insediamenti cominciarono a venirne fuori. Vi rimanevano ovviamente i più poveri per cui con il tempo nell’immaginario collettivo si è arrivati alla perfetta identificazione tra la popolazione lì residente e la miseria il degrado e l’ignoranza. Un mondo lercio arretrato e reietto, respinto dal resto del paese e rimosso dalla memoria collettiva, semplicemente cancellato. In pratica sono venuti a mancare i presupposti perché la gravina con i suoi insediamenti entrassero nel cuore dei ginosini, abbiamo tagliato le radici che affondano in quei quartieri escludendoli dalla memoria storica collettiva.  I sentimenti sui quali si fonda la coscienza dell’importanza degli insediamenti, cioè il rispetto e l’attaccamento a quegli insediamenti, il retaggio storico e sociale ad essi collegati, è chiaro non fanno ancora parte della nostra coscienza di ginosini, restano rimossi. Né possiamo pensare che questi sentimenti assieme agli altri valori delle nostre radici di popolo rupestre, possano essere risvegliati attraverso la discussione in atto per quanto utile e sia pure intensa sul futuro della Gravina. Certi processi hanno bisogno di tempo, di cultura, di sensibilità e di educazione di più generazioni. Ci sono intere generazioni di ginosini che in gravina non ci sono mai state, come fanno ad affezionarvisi, ad avere un’opinione?
 
Non deve perciò sorprendere se il campo è rimasto libero e disponibile per i vandali che hanno distrutto per il piacere di distruggere, per i razziatori che hanno asportato tutto quello che c’era da asportare: dagli affreschi delle cento chiese, ai blocchi di carparo ai mattoni in creta agli imbrici che sono serviti per la ricostruzione dei Sassi di Matera e, mentre in piazza si discute, il materiale continua a sparire e le case crollano. Si ha l’impressione che la discussione in atto per quanto appassionata   rimanga astratta e fine a sé stessa, scollegata dalla realtà dei fatti che è quella che ho descritto, una realtà fatta di latitanze e omissioni non nuove, ma piuttosto antiche e generalizzate.  
L’architetto Spini, che lavora a progetti di recupero dal '74, e che porta in giro una sua conferenza sugli insediamenti rupestri del Mediterraneo abitati dall’uomo di cui la Gravina di Ginosa è il pezzo più pregiato, durante il convegno sulle gravine del 19 ottobre, sconsolato disse che ormai comincia a credere che i ginosini non siano capaci di gestire quei tesori.
Possibile, gridò pieno di sdegno il prof. Caprara, nello stesso convegno,   che in questo paese non ci sia un intellettuale che si interessi di questi insediamenti dal punto di vista storico, culturale e socio-economico? Qualcuno che faccia ricerca, cataloghi le grotte, studi gli insediamenti, i ritrovamenti e che ne pubblichi i risultati? In verità esiste il volume di Parenzan che una catalogazione la fa, ma non sappiamo se il conferenziere volutamente non ne tiene conto o non lo conosce, in ogni caso la questione non cambia, soprattutto se si vuole riferire ai ginosini dai quali il professore sembra aspettarsi molto. Per amore del vero bisogna dire che ci sono operatori culturali ginosini che lavorano in silenzio in vari settori, resta però il fatto che i questi lavori non vengono resi pubblici, e quando pubblicati restano in un giro limitato che non raggiunge tutti, alla fine è come se non ci fossero.
Per quanto noto, e a parte i lavori mirati di Bozza e Capone e le varie tesi di laurea sull'argomento in discussione che comunque meriterebbero di essere raccolte in uno studio e messe a disposizione di tutti, il professore non ha tutti i torti. C’è molto da fare. E a ben guardare la lacuna è anche molto più ampia di quello che si creda: sul piano storico per esempio non esistono sufficienti testi di storia ginosina, ferma ai tempi dei Miani passando per Tuseo. Per esempio non sappiamo nulla del periodo spagnolo, che pure, tra alterne vicende, è durato secoli e ci ha caratterizzato fortissimamente nella cultura nelle tradizioni e finanche nei cognomi che portiamo. E durante la rivoluzione napoletana del 1799, i nostri avi cosa fecero? Si schierarono con i Borboni come fece Felice Strada, o con i rivoluzionari? E come fu vissuta la transizione all’Unità d’Italia?
C’è purtroppo, si avverte, un senso di apatica indifferenza, una presa di distanza dai fatti ginosini come se riguardassero altri e non noi stessi, una sorta di sfiducia che caratterizza il rapporto dei ginosini con se stessi e con il proprio passato e che in un certo senso dà ragione al prof. Caprara e al professor Spini. In un’altra situazione, in un altro posto sarebbe sconcertante e sorprendente se una tale accusa non sollevasse reazioni, non stimolasse una discussione o almeno una meditazione. Da noi no, le accuse dei due professori non smuovono le acque che   restano stagnanti. Nessuno ha niente da dire.
La Goccia 23.11.02 n.21

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