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Non facciamoci male

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 Il mio quartiere è un culo di sacco, è chiuso, ci si entra da una sola strada, il terminale di via Roma, che rappresenta un collo di bottiglia attraverso il quale si va e si viene, con molte difficoltà, facendo i salti mortali con manovre, le più strampalate, sempre che non ci sia qualche imbecille che parcheggiando davanti alla ex cabina ENEL, o in doppia fila davanti alla macelleria Dragone, blocchi completamente il traffico.
Tocco così, con mano, i danni fatti con la costruzione del quartiere Le Mimose, a regime saranno 100 o 120 appartamenti, cioè 200 macchine che fanno avanti e indietro, passando per una stradina di 4 metri, che sbocca su un incrocio che si trova su uno stop che si trova su un altro incrocio in salita, il tutto ostruito da auto parcheggiate alla come capita.
Il paese è ormai intasato, impedito dal traffico, affogato dalle auto in sosta, non si respira più per lo smog da scarico, i parcheggi che ci sono vengono eliminati, quelli che non ci sono non vengono nemmeno immaginati.
            Dagli anni ottanta, il programma di occlusione del quartiere, pervicacemente attuato, ha visto la realizzazione dell’appendice alla ex cabina ENEL, costruita su due strade di quattro metri e che con l’aiuto di una casa privata, tappa via Gigli; ha visto lo sbocco di via Roma, all’incrocio di via Matera e via Montescaglioso, impedito dal palazzo Dragone; ha visto la costruzione di una casa all’incrocio di via Basilicata con via Puglie, che si protende come la prora del Titanic verso il centro dell’incrocio; ha visto la costruzione del già citato quartiere Le Mimose che non ha vie d’uscita nemmeno dall’altra parte. Ancora in costruzione una casa all’imbocco di via Montescaglioso con il muro del giardinetto posto direttamente sulla cunetta, senza un pezzetto di marciapiede; e per ultimo, ma non ultimo, in fondo a via Roma, di fianco alla chiesetta-garage di Cristo Risorto è in costruzione un casa di quattro appartamenti, che significa altre otto macchine da parcheggiare, casa che lateralmente lascia una strada di 5 metri, non allineata né con quella superiore di otto metri, né con la scalinata inferiore di sei metri! Una strada dove le finestre del bagno di una casa si affacceranno direttamente nella camera da letto della casa di fronte.
            C’è bisogno di dirlo? Ci mancano gli ampi spazi, i parcheggi, le strade larghe 20 metri, i marciapiedi e nel frattempo noi ci attardiamo a fare strade di 5 metri.
Quello che più trovo sconvolgente, è che esistono amministratori e tecnici comunali che approvano questi progetti, è sconvolgente pensare che in commissione edilizia c’è stata accesa discussione su quella concessione, che nostri concittadini che stanno in quella commissione per fare gli interessi della comunità, si sono invece battuti, hanno lottato per impedire che una strada nascesse comoda, hanno fatto di tutto per far nascere una strada di cinque miserabili metri. Una strada che mai un camion potrà percorrere e che una cinquecento basterà a bloccare.
La voglia di soddisfare l’interesse particolare, sia pure legittimo, di un singolo cittadino non ha impedito nemmeno questa volta, di procurare un danno per tutta la comunità, un danno che i ginosini soffriranno per cento anni. Per generazioni, i nostri nipoti e pronipoti pagheranno questo aspetto della morte civica del nostro paese.
Trovo sconvolgente che professionisti, commercianti, cittadini in vista, che tutti i giorni come noi soffrono sulla loro pelle il traffico ginosino, ritengono ancora possibile procedere in questo modo. Pensano forse che i ginosini siano ciechi? O stupidi?
Immagino, e non ho motivo di dubitarne, che se andiamo a vedere le concessioni saranno tutte perfettamente in regola e che la legge consenta di scegliere una strada di cinque metri. Quello che glielo doveva impedire era l’intelligenza, l’opportunità, l’interesse della collettività, la coscienza di avere un dovere morale da compiere nei confronti dei concittadini.
Al sindaco, all’architetto comunale, alla commissione edilizia, a tutti i tecnici ginosini, ai privati: per favore, smettiamola. Smettiamola di farci male.

La Goccia n. 7 del 14.04.2001 

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