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Pasquale

Inserito in
 
Anche quel giorno Pasquale e il suo affiatato collaboratore, Leonardo Ribecco, dopo la pausa pranzo, anzi diciamo meglio, prima che finisse la pausa pranzo cominciata a casa, avevano fatto un salto nella cantina di Ceppòne in via Nino Bixio, per poi andare a completare la giornata lavorativa tra fosse e ossa. Non saprei dire se la loro voglia di scherzare e prendere in giro tutto il mondo fosse una specie di compensazione psicologica contro gli svantaggi che potete immaginare del loro lavoro, o se fosse proprio una specifica del loro carattere, forse tutte e due le ipotesi sono plausibili, certo è che i due non si facevano condizionare dal lavoro di becchino, u procamuorte, anzi riuscivano a farne una fonte di divertimento per loro e per gli amici, in particolare per quelli che facendo lavori di vario tipo al camposanto, di volta in volta diventavano complici o vittime dei loro scherzi.
La cantina nella quale si trovavano apparteneva a Vincenzo Dragone meglio conosciuto come Ceppòne. Si trovava nello scantinato della casa in via Bixio, angolo via Matteotti, si scendevano tre o quattro scalini e ci si trovava nello stanzone buio con i tavoli in legno. L’aria che vi si respirava era densa e carica del tanfo tipico delle cantine, carica cioè di fumo delle peggiori sigarette e di sigari toscani, di umidità e di alito di vino, un’aria mille volte respirata e mai ricambiata. Ceppòne, a dispetto del suo nome sembra che non fosse un grande cantiniere, o meglio forse lo era anche troppo, dipende da come la volete vedere, ma dicono che di vino ne vendesse tanto anche se nessuno vide mai entrare né uva né mosti in quella cantina, solo acqua che nella notte miracolosamente diventava vino.
Bastò una sbirciata attraverso la finestra bassa perché Pasquale e Leonardo vedessero che stava arrivando la vittima designata per l’occasione. Piegato sulle ginocchia dietro la finestra con la mano sugli occhi per parare la luce del sole e guardare nel buio della cantina, Jangelìne cercava di intravedere i due.
-         Mò véne jidde – disse Pasquale. 
Tre secondi dopo fece il suo ingresso Jangelìne Ben’a ‘ffrate, trainiére trasportatore di tufi per conto terzi. Doveva scaricare il traino al cimitero e sperava di riuscire a fare un altro viaggio prima del tramonto, perciò aveva una certa fretta.
-         Salùte, disse Jangelìne
-         Càre risposero indifferenti i due compari. Lunàrde staccò la bocca dal
boccale e lo guardò appena, mentre Pasquale guardava nel bicchiere.
-         Oh, attaccò Jangelìne ben’a ffrate, assè tenìte da fa?  
-         E cè te ne cale a te? rispose ‘mbétte, Lunàrde 
-         A te jam’a dà cunde? Aggiunse Pasquale.
-         No, no, e ccè, No sè com’é, ci putève scarecà sùbbete me facève n’aldu viàgge che la lusce du sòle.
Senza dargli alcuna soddisfazione Pasquale con aria scocciata si rivolse a Lunàrde e disse:
-         ‘Mbà Lunà, uarde la carte, quann’è ca s’ha retrà Jangelìne, ca ‘nge capàme u fuòsse.
-         Càlme, càlme, uagnù no sciate de fòdde, disse Jangelìne con un sorriso un po’ tirato.
Sapeva che era una battuta ma l’argomento era serio.Lunàrde senza ascoltarlo mise fuori un foglio di carta dalla tasca della giacca e si mise a scorrere un elenco di nomi con la massima attenzione.
-   Jangelìne. Jangelìne Ben’a ffrate, dunque… Jangeline, u vìte, stè ddò. Dunque, Jangelìne s’ha retrà… esattamente… pescrè, dopodomani. 
-         Ah! jè pronte! Commentò Pasquale
-         No, no, oh, cè prònte e pronte. Uagnù non facìme fessarìe, respettàme l’amicìzie. Bevìteve n’aldu squiccie a salùta mè e non ve pegghiàte fastìdie. Ceppò, annusce, annusce nù rezzùle de cudde buone a cumbàreme.
-         ‘Mbà Lunà, disse Pasquale rivolgendosi all’amico,scancièlle a Jangelìne ca nonn’è pronte ancòre.