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Te la do io l’America

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 Te la do io l’America


Storicamente sembra che l’emigrazione meridionale cominciò dopo il 1860, e da allora non si è mai smesso di partire. Si partiva per le Americhe dalla fine dell’ottocento, poi per la Germania, la
Francia e il Belgio dal dopo guerra, dagli anni sessanta per il nord Italia e oggi per tutto il mondo. Il mondo è pieno di ginosini per cui quando si va fuori conviene ricordarsi che dovunque ci si trovi c’è sempre un ginosino che ci guarda. E’ bello il loro rientro quando per le ferie estive o per le varie festività pullulano per la piazza, ci portano altri colori, altri accenti, altre lingue, Ginosa diventa internazionale.
Giovanni Divitofrancesco, che viveva a Nuova York, negli anni ottanta venne spesso in Italia a trovare i familiari: i Ray-ban inforcati, raccontava della vita americana, della caccia, di Reagan, del lavoro, dei figli e quando tornava in America i paesani di là volevano sapere di Ginosa e dei ginosini, della piazza, delle campagne. Molti di loro avevano nella mente il paese così come l’avevano lasciato tanti anni prima non riuscendo ad immaginarne i progressi e le trasformazioni. Una volta ci fu un vecchio compaesano di là che dopo aver ascoltato Giovanni nei suoi racconti gli chiese: “ma, a Ginosa è arrivata la radio?”
Quand’ero bambino partì, anzi se ne tornava in America, dove era nato, mio zio Freri (dall’americano Freddy, Ferdinando) con tutta la famiglia, e nel giro di poco tempo cominciarono ad arrivare dei pacchi pieni di vestiti usati per la morra di figli che eravamo e di leccornie varie con sapori sconosciuti ai nostri palati, come certi confettini schiacciati e multicolori, che solo molti anni dopo avremmo visto da noi e scoperto che si chiamavano smarties. Una festa ad ogni pacco, mentre tutti assistevamo frementi all’apertura.
Di questi pacchi ne arrivavano anche ad altre famiglie, ovviamente, e non solo a Ginosa, ma dappertutto.
Una volta in una città e in una famiglia che non so, dai parenti d’America come altre volte arrivò un pacchetto piccolo, una scatoletta con sopra solo l’indirizzo e senza nessuna indicazione del contenuto. Il pacchetto fu aperto subito per la curiosità di vedere cosa contenesse. Rimasero tutti un po’ interdetti vedendo che all’interno c’era una materia strana, una polvere densa, di colore scuro. Magari era qualcosa da mangiare. Tutti vollero assaggiarla rimanendo però delusi perché non aveva un gran sapore, la scatoletta fu chiusa e lasciata da parte. Qualche giorno dopo arrivò una lettera dall’America: “Cari fratelli – c’era scritto – come sapete il nonno aveva sempre desiderato tornare alla sua casa italiana, vivo o morto. Lo abbiamo accontentato mandandovi le sue ceneri per essere sepolte nella sua terra”. (Michele Galante 2021)

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