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TERRA MATTA di Vincenzo RABITO

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 TERRA MATTA di Vincenzo RABITO,

“Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare” . E Vincenzo Rabito, da raccontare aveva una vita intera. Un’esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della seconda, il “rofianiccio” del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del sud contadino, l’improvviso benessere della “bella ebica” del boom economico, ed infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri la sua autobiografia. Vincenzo Rabito, bracciante siciliano, si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno  dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto una dopo l’altra, 1027  pagine a interlinea zero, fitte fitte, nel tentativo di raccontare la sua “maletrata e molto travagliata  e molto  desprezata vita”.

Nel 2000 il volume estratto  dalle 1027 pagine dattiloscritte, ha vinto il premio “Pieve-Banca Toscana”, nella cui motivazione si legge “Vivace, irruenta, non addomesticabile, la vicenda umana di Vincenzo Rabito deborda dalle pagine della sua autobiografia. L’opera è scritta in una lingua orale impastata di “sicilianismi” (…).  …litigando con la storia d’Italia e con la macchina da scrivere, ma disegnando un affresco della sua Sicilia così denso da poter essere paragonato a un Gattopardo popolare”. "Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza pensare più alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva 7 figlie da campare e per darece ammanciare”.

La necessità di “manciare” e di sostenere la famiglia spingeva Vincenzo a qualsiasi sacrificio: “Che volete fare? Era l’ebica miserabile, che li padrone comantavino e l’operaie se dovevino sempre mettere sollattente quanto parrava il patrone, e l’operaio non doveva parlare, perché subito lo licenziavino, perché leggie non ci n’era”.

Non aveva 18 anni quando fu chiamato al fronte per vivere sulla sua pelle la prima guerra mondiale: “Così a tutte ci hanno botato a mienzo quella crante vampa verso il Piave. Così tutte le artiglierie sparavino tutte nello alcine del Piave per non far passare altre forze nuove della parte di dove c’erimo noie. Così successe un vero macello. E così come dice la storia, si hanno destinto i ragazzi del ’99, che ci hanno portato tutte nel Piave cridanto Di qui non zi passa!”

Rientrato a casa fu accolto con gioia da tutta la famiglia che di nuovo si riuniva. Festeggiarono mangiando una scatola di carne “amirecana”, passando tutta la notte nel racconto della guerra di Vincenzo. “Ecosì fenio la desonesta vita mia di miletare, e ora comincia la desonesta vitadi Vincenzo Rabito di borghese, che come più disonesta di quella che io aveva fatto militare”.

E continua il racconto di una vita di sacrifici, di fame, di rinunce. Il lavoro, la politica, un continuo barcamenarsi in un mare di problemi, con alti e bassi, con qualche cedimento, ma con una forza d’animo ammirevole. Con un matrimonio con una persona dal carattere e dal cuore acido, con la quale avrà dei figli che lo faranno tribolare ancora, ma gli daranno soddisfazioni.

“Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato a Chiaramonte Qulfe, figli di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 1899 (…) La sua vita fu molto maletratata e molto travagliata e molto desprezata. 

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